top

Libri del mese

 

Sentieri himalayani

Sette racconti di viaggio ed altrettanti itinerari in una delle regioni più suggestive e sacre del pianeta, con una guida d’eccezione come Jacques Vigne. Medico psichiatra, ricercatore, maestro di meditazione, per la prima volta, e per il pubblico italiano, raccoglie in un libro le sue esperienze di viaggiatore e di guida sui sentieri himalayani.

 

Una gioia di nonsense

Perché abbiamo bisogno del comico e dell’assurdo? Da dove viene l’interesse per una forma poetica così poco convenzionale come il nonsense? Andare oltre il pensiero razionale, accogliere il senso nudo dell’esistenza ha un effetto liberatorio, salvifico, persino gioioso.

Articoli correlati


feed-image Feed Home Articoli
MC Editrice - Articoli
A questa sezione appartengono le diverse categorie di articoli.

Le origini del civico acquedotto di Milano PDF Stampa E-mail
Articoli
Scritto da MC Editrice   
Giovedì 23 Aprile 2020 20:46

Le origini del civico acquedotto di Milano

 

Marco Manunta, magistrato in pensione, autore di studi e pubblicazioni, in tema di beni comuni e diritto all’acqua, cita il lavoro di Gian Luca Lapini sulla storia dell’acquedotto di Milano per far comprendere l’importanza, o meglio, la necessità di una gestione pubblica dell’acqua, al riparo da meccanismi di profitto.

 

(….) Per esempio le epidemie di colera che scoppiarono a Londra nel 1849 e 1853-54, che causarono la morte di più di 20.000 persone.

Ancora tra il 1870 ed il 1890 scoppiarono in Europa oltre 600 epidemie più o meno gravi, il 70% delle quali causate dall'acqua. Si tenga anche presente che nel secolo XIX le prime fondamentali scoperte microbiologiche diedero una ragione oggettiva al noto principio che legava la salute pubblica alla purezza dell'acqua e allo smaltimento dei liquami fognari.

Può così sembrare strano che la costruzione del primo acquedotto pubblico di Milano sia avvenuta a partire dal 1888, piuttosto tardi cioè rispetto ad altre grandi città europee. Ciò trova qualche spiegazione nel fatto che, proprio per non essere stata costruita sulle rive di nessun grande fiume, Milano aveva sentito l'esigenza di far convergere verso di sé un'imponente rete di canali e navigli. Questi canali derivati da fiumi un tempo puliti, come l'Adda e il Ticino, costituivano una importante fonte di rifornimento d'acqua, sia per le industrie, sia per le operazioni domestiche a più intenso consumo come il lavaggio della biancheria. (….)

Per l'acqua potabile, ed in genere per gli usi domestici, il rifornimento avveniva tradizionalmente da una miriade di pozzi privati, che attingevano dalla ricca e facilmente accessibile falda freatica.

 

Si trattava in genere di pozzi scavati, con rivestimento in mattoni, profondi non più di 6-7 metri; molto rari erano i pozzi trivellati, che raggiungevano i 12-13 metri dando ovviamente acque migliori.

l'aumento degli abitanti (circa 321.000 al censimento del 1881), l'aumento delle esigenze igieniche. (….)

Così alla fine di questa lunga diatriba prevalsero le modeste, ma concrete e realistiche opinioni dell'Ufficio Tecnico Comunale, in particolare del giovane ingegnere Felice Poggi, che proponeva di attingere alla falda freatica, la tradizionale fonte usata da secoli dai milanesi, costruendo però pozzi profondi, in modo da avere garanzie di purezza e salubrità dell'acqua.

 

In effetti, durante la costruzione dei primi due pozzi sperimentali, intrapresa nella seconda metà del 1888 nella zona dell'Arena, si constatò che a profondità di 20-30 metri degli strati compatti di argilla proteggevano la falda dalle infiltrazioni superficiali, così che alla profondità raggiunta dallo scavo (il primo pozzo fu spinto fino a 145 metri, il secondo fino a 81m), l'acqua era ottima ed abbondante. In questi pozzi l’acqua risaliva per pressione naturale fino a 3-4 metri dal livello del suolo, ed era così possibile aspirarla facilmente con delle pompe sistemate qualche metro più in basso del livello stradale, ed azionate con cinghie.

All'inizio del 1889 fu di conseguenza decisa la costruzione del primo impianto di pompaggio, che fu denominato "Arena" ed entrò in servizio prima della fine dell'anno stesso

Esso era alimentato dai primi due pozzi sperimentali e da altri quattro scavati nel frattempo. Il macchinario consisteva in due motrici a vapore, alimentate da tre caldaie “tipo Cornovaglia”, che azionavano, mediante grandi cinghie, due pompe alternative della portata complessiva di 140 litri\secondo.

L'utilizzatore di quest'acqua fu il nuovo quartiere residenziale che stava sorgendo fra piazza Castello, foro Bonaparte e via Dante, mentre parte dell'acqua non ancora consumata andò a diluire le acque della rete fognaria dello stesso quartiere. Per regolarizzare la pressione di erogazione dell’acqua, furono costruiti due grandi serbatoi di accumulo in quota che furono “nascosti” all'interno dei torrioni del Castello Sforzesco

 

La rete dell’acqua potabile divenne una sorta di fiore all’occhiello fra le varie attività volte a migliorare le condizioni di vita dei cittadini, che la municipalità intraprese negli anni di fine secolo, in quanto a differenza di altri servizi tecnici a rete, quali, l’elettricità, il gas e successivamente il telefono, fu organizzata fin dall’inizio come impresa pubblica in virtù di un carattere di necessità che, sostenevano i suoi promotori, non poteva “convenientemente affidarsi a chi ne voglia fare motivo di lucro”.

 

Su questa linea sono i cittadini italiani che con i due referendum del 2011 hanno cancellato sia l’obbligo normativo di privatizzazione del servizio, sia il diritto del gestore al margine di utile del 7 per cento previsto per legge.

 

 

 

 
Il cambiamento climatico del ciclo dell’acqua PDF Stampa E-mail
Articoli
Scritto da MC Editrice   
Giovedì 23 Aprile 2020 20:08

Il cambiamento climatico del ciclo dell’acqua

Di Giovanni Molina dottore agronomo, direttore di DINAMO (Distretto neorurale delle tre acque di Milano)

 

Un lavoro di studio effettuato dal Parco del Ticino e dall’Associazione di Irrigazione Est-Sesia ci porta a riflettere sui cambiamenti delle dinamiche del ciclo dell’acqua nel bacino idrico del Po, in particolare nella sua parte alta ovvero la pianura irrigua risicola nella porzione nord ovest del Bacino. Il lavoro è stato presentato nel corso del convegno svoltosi a Milano, a Palazzo Isimbardi il 20 febbraio scorso, dal titolo Agricoltura, collettività e clima.

 

La lettura della quantità di precipitazioni nell’arco dell’anno effettuata su diverse stazioni meteorologiche ci dimostra che il cambiamento climatico non ha diminuito la quantità d’acqua che cade dal cielo, ma ha cambiato le dinamiche temporali e distributive del fenomeno pioggia: piove in modo più intenso e per tempi più ristretti, quindi in modo più violento e, in parte con diversa distribuzione spaziale.

Il cambiamento climatico incide in modo evidente ed acclarato su un altro comparto del ciclo idrico: l’accumulo nelle calotte dei ghiacciai in particolare di quelli alpini che sono in costante riduzione. Ciò significa che l’acqua che “transita” per la pianura padana è sempre la stessa o addirittura è di più.

Perché allora la nostra percezione è quella di una situazione di mancanza d’acqua? Perché siamo così ben consapevoli e sensibili alla necessità del “risparmio idrico”?

L’estate 2019 è stata di insegnamento: la rete di distribuzione irrigua era al suo meglio ed addirittura oltre il regime ottimale di invaso, eppure molti agricoltori non riuscivano a bagnare i campi. Così, come nelle ultime dieci estati, nel mese di giugno, si è sollevato l’allarme siccità. In effetti molti agricoltori, in particolare i risicoltori che negli ultimi anni sono passati dalla semina in acqua a quella in asciutta, non riuscivano a bagnare i propri campi. Cosa è successo?

L’analisi effettuata dal team Parco-Est Sesia ha analizzato le dinamiche di falda, individuando una spiegazione nel cambiamento del periodo d’uso dell’acqua irrigua e nella conseguente variazione della “subsidenza di falda” (la profondità a cui si trova la falda acquifera tale da consentire la risalita capillare nel terreno e il conseguente minor impiego di risorse irrigue in superficie)

In sostanza alle dinamiche climatiche si sono aggiunte dinamiche agronomiche legate alla coltivazione del riso in asciutta e alla riduzione delle superfici foraggere a prato in pianura, ovvero ad una cospicua perdita di “ricarico delle falde” con conseguente aumento della subsidenza, cioè spostamento della falda a profondità maggiori che la rendono meno disponibile per lo strato fertile.

Come spesso avviene negli squilibri ecologici, il fenomeno ha innescato un circolo vizioso in cui l’innovazione tecnica ha fatto da acceleratore, incrementando inconsapevolmente il danno. La superficie coltivata a riso in asciutta è passata dal 25% della superficie risicola totale al 75% attuale. Apparentemente un vantaggio in quanto fonti autorevoli indicano che il consumo ad ettaro di acqua irrigua si riduce dai circa 14.000 mc/anno per una risaia sommersa, ai “soli” circa 10.000 mc/anno per una risaia in asciutta. Lo studio evidenzia che la cifra non è sempre vera e non è mai un vero risparmio idrico in termini di sistema. La risaia sommersa viene allagata a partire da inizio aprile, mentre la risaia asciutta da fine maggio-metà giugno. Il terreno ad aprile si trova normalmente umido per le precipitazioni primaverili e le temperature sono notevolmente più basse, quindi l’evaporazione in fase di allagamento è molto più contenuta. L’infiltrazione nel sottosuolo verso la falda è viceversa più lenta e lunga. In breve spostando di due mesi l’allagamento si perde più acqua in atmosfera e ne va meno in falda. Con l’estensione delle superfici in asciutta inoltre si verifica una maggiore necessità d’acqua in asciutta: perché la falda non ha visto contributi irrigui in primavera e perché le risaie asciutte non possono “bere” dalle risaie bagnate vicine, cosa che è avvenuta nel silenzio dell’ultimo quinquennio, finché le superfici in asciutta non hanno superato quelle in sommersione.

Nel mese di giugno inoltre si concentrano le richieste idriche di molte altre colture, in primo luogo il mais che ha sostituito i prati nei sistemi di foraggiamento degli ultimi 50 anni, causando anche un impoverimento della presenza di sostanza organica nello strato fertile (la sostanza organica contribuisce a rendere il terreno agrario maggiormente capace di trattenere l’acqua primaverile e rilasciarla nel periodo estivo).

In breve in nome di un risparmio idrico si è “persa” più acqua: in cielo con una più veloce evaporazione e, lasciandola correre più velocemente nel reticolo irriguo principale, verso il mare.

Non solo: la maggior evaporazione estiva, più rapida ed ascendente sembra non migliorare nemmeno la qualità delle precipitazioni che hanno modificato i loro ritmi passando dalle classiche piogge serali che bagnavano le nostre prealpi a partire da maggio a violenti temporali con trombe d’aria nei mesi estivi.

Se l’obiettivo di “risparmio” è valorizzare l’acqua il risultato è pessimo: l’acqua che non è entrata nella circolarità del sistema di falda e dei terreni agrari ha imparato solo a muoversi più velocemente ovvero a “scappare” in aria o in mare invece che “indugiare” nella spugna fertile da cui possiamo attingere. Questa “spugna” sostiene sia il ciclo agrario, sia il reticolo verde delle aree umide delocalizzate nella pianura con tutto il patrimonio di biodiversità e resilienza ambientale che da quest’acqua lenta trae beneficio.

 

 

Possiamo fermare l’acqua?

Ovviamente non è possibile “fermare” l’acqua, ma prendendo dalla saggezza contadina dobbiamo imparare che solo “l’acqua ferma l’acqua”. Questo lo sapeva anche Leonardo da Vinci che utilizzava questo concetto nelle sue “scale d’acqua”: sistemazioni idrauliche inventate per far defluire l’acqua lungo pendii evitandone l’erosione. Un esempio è la scala d’acqua della frazione Sforzesca a Vigevano. L’acqua è “fermata” creando un salto che confluisce in un bacino a conca: la forza dell’acqua in caduta libera dal salto è fermata dall’accogliente piscina in cui giunge e non c’è cemento armato capace di resistere all’erosione continua dell’acqua come è capace di fare l’acqua stessa.

Come possiamo quindi rallentare la discesa della preziosa acqua limpida che abbandona i nostri ghiacciai correndo verso il mare? La risposta la impariamo da Leonardo e dai contadini, così come i Monaci cistercensi impararono a applicare sistematicamente e a tramandare la sistemazione idraulica delle marcite che nel contado tardo medievale fu “inventata”, per gestire l’acqua che si impaludava intorno alle sorgive (Comincini, 2012). Se incentiviamo le pratiche agrarie che, da secoli, ricaricano la falda di superficie e lo strato fertile dei terreni di acqua creiamo una sorta di “piscina diffusa” che genera un rallentamento del deflusso idrico comandato dalla forza di gravità.

Il concetto è di fisica pura: a pari forza propulsiva la velocità è regolata dall’attrito.

Da qui nascono quattro proposte dell’Ente Parco da subito applicabili attraverso le politiche agrarie:

 

1.  tornare alla “risaia tradizionale”, abbandonando la “risaia asciutta”: questo consente di migliorare l’equilibrio tra acque superficiali e le acque sotterranee nel periodo primaverile, quando la richiesta di acqua irrigua per altre colture è minore e l’evapotraspirazione molto più bassa. Di conseguenza in estate la richiesta di acqua per il riso diminuirebbe, lasciando maggiore disponibilità  per i sistemi prativi e per i cereali estivi.

2.   tornare a far circolare l’acqua irrigua anche in inverno, attraverso: sommersione di risaie invernali, prati allagati, marcite, circolazione acqua nel reticolo aziendale. Questo favorisce l’equilibrio tra acqua superficiale e acqua di falda, portando la campagna coltivata ad una situazione di umidità dei suoli tale da poter avviare le semine primaverili in condizioni migliori e con minori sprechi idrici.

3.    fare scelte colturali alternative al mais, coltura che richiede tantissima acqua, ad esempio modificando il sistema di alimentazione del bestiame con l’introduzione di colture prative come prati ed erbai  o di foraggere che richiedono meno acqua in estate, come l’erba medica (soprattutto ove l’acqua irrigua deve essere sollevata o pompata con consumo energetico). Queste scelte aiutano a sostituire parte del mais coltivato per insilati, aumentando inoltre la copertura vegetazionale del suolo tutto l’anno, nonché permettendo di produrre in azienda gran parte della quota proteica per la razione zootecnica, così da ridurre la dipendenza da mangimi e soia (anche loro idrovori).

4.    valorizzare le pratiche per l’incremento della Sostanza Organica nei terreni: Coltivazione con tecniche di bassa lavorazione, concimazioni organiche (con reimpieghi aziendali da stabulazione su lettiera), permanenza delle colture di copertura invernali, reintroduzione delle colture da sovescio … ovvero tecniche innovative di agri-coltura ecologica

5.    aumentare la varietà del paesaggio rurale, attraverso misure di protezione della partitura poderale e del reticolo idrico fine, affiancate da incentivi per gli elementi vegetazionali e la biodiversità: quali siepi e aree umide.

 

Per concludere

-         Ci sono meccanismi per contrastare il cambiamento climatico con un miglior impiego dell’acqua in agricoltura;

-         Bisogna far capire alla UE la peculiarità unica del sistema irriguo padano;

-         E’ una buona direzione in cui di investire soldi pubblici;

-         E’ necessario coinvolgere gli imprenditori agricoli, le loro aggregazioni e i loro fornitori di servizi;

-         Si avvia un’azione corale.

 

 

 
Le origini del civico acquedotto di Milano PDF Stampa E-mail
Articoli
Scritto da MC Editrice   
Giovedì 23 Aprile 2020 19:51

Le origini del civico acquedotto di Milano

 

Marco Manunta, magistrato in pensione, autore di studi e pubblicazioni, in tema di beni comuni e diritto all’acqua, cita il lavoro di Gian Luca Lapini sulla storia dell’acquedotto di Milano per far comprendere l’importanza, o meglio, la necessità di una gestione pubblica dell’acqua, al riparo da meccanismi di profitto.

 

 

(….) Per esempio le epidemie di colera che scoppiarono a Londra nel 1849 e 1853-54, che causarono la morte di più di 20.000 persone.

 

 

Leggi il resto dell’articolo

 

 

 
Piccolo Manifesto in tempi di pandemia PDF Stampa E-mail
Articoli
Scritto da MC Editrice   
Mercoledì 08 Aprile 2020 21:48

Piccolo Manifesto in tempi di pandemia

 

A nome del Collettivo Malgré Tout (“Malgrado tutto”) proponiamo questo breve Manifesto composto da cinque tracce di riflessione e ipotesi pratiche da condividere con chi fosse interessata/o. Speriamo sia un contributo utile per pensare e agire all’interno dell’oscurità della complessità.

 

1. Il ritorno dei corpi

Negli ultimi quarant’anni almeno, siamo stati testimoni del trionfo e del dominio incontrastato del sistema neo-liberista in ogni angolo del pianeta. Tra le diverse tendenze che attraversano questo tipo di sistema, una in particolare sembra costituire la forma mentis dell’epoca. Si tratta della tendenza a considerare i corpi come il rumore di fondo che disturba la “recita” del potere, poiché i corpi reali, sempre troppo “pesanti” e troppo opachi, desideranti e viventi sfuggono alle logiche lineari di previsione.

Da sempre l’obiettivo perseguito dalle pratiche e dalle politiche proprie del neoliberismo consiste nel deterritorializzare i corpi, virtualizzarli, facendone una materia prima manipolabile, un “capitale umano” da utilizzare a proprio piacimento nei circuiti del mercato. Si richiede che i corpi siano disciplinati, dislocabili senza criterio, flessibili, pronti ad adattarsi ( leitmotiv del nostro tempo) alle necessità determinate dalla struttura macro-economica. Nella loro astrazione estrema, i corpi dei migranti senza documenti, dei disoccupati, i corpi non conformi, i corpi annegati nel Mediterraneo o ammassati nei centri di detenzione, in breve, i corpi considerati in esubero diventano semplici numeri, senza valore, senza alcuna corporeità e quindi, in fine, senza umanità.

In ambito tecnico-scientifico questa tendenza si esprime nella formula del “tutto è possibile”, che non riconosce alcun limite biologico o culturale al desiderio patologico di deregolazione organica.

E’ diventata ormai una questione la possibilità di aumentare i meccanismi del vivente, la possibilità di vivere mille anni, se non addirittura di diventare immortali! Si tratta niente di meno che della volontà di produrre una vita post organica in cui si potranno oltrepassare i limiti dei corpi, per loro natura imperfetti e troppo fragili. L’accelerazione catastrofica dell’Antropocene negli ultimi trent’anni testimonia gli effetti nefasti del “tutto è possibile” tecnicista che non soltanto ignora, ma calpesta le profonde singolarità dei processi organici.

E’ in questo mondo, convinto di potersi sbarazzare dei limiti propri del vivente, che insorge la pandemia. In maniera catastrofica e sotto l’effetto della minaccia ci rendiamo conto d’un tratto che i corpi ritornano. Eccoli diventati da un giorno all’altro i principali soggetti della situazione e delle politiche messe in campo. I corpi si ricordano di noi.

Il ritorno dei corpi sembra aprire metaforicamente una nuova finestra dalla quale possiamo intravedere diverse possibilità d’azione. Innanzitutto dobbiamo constatare che il potere può, quando vuole, dispiegare politiche necessarie alla protezione e alla salvaguardia del vivente. Il Re è nudo!

Stupefatti, i leader della finanza mondiale hanno capito che l’economia, il loro mostro sacro, non poteva fare a meno di schiavi vivi per funzionare.

 

Dopo aver tentato di persuaderci che la sola “realtà” seria di questo mondo era determinata dalle esigenze economiche, i governanti di (quasi) tutto il mondo dimostrano che è possibile agire altrimenti, anche a rischio di mettere in crisi l’economia mondiale. Si tratta di una sorta di autodenuncia da parte di chi aveva sostenuto categoricamente la necessità che tutte le politiche (sociali, ambientali, sanitarie) dovevano obbligatoriamente fare i conti con il “realismo economico”, eretto a dio autoritario al quale non si può mai disobbedire.

Tuttavia una finzione non dovrebbe sostituirsi a un’altra. A quella del neoliberismo, che manteneva l’illusione di una società composta da individui serializzati e autonomi, si sostituisce in queste ultime settimane un altro racconto immaginario che sostiene che “siamo tutti sulla stessa barca”.

Lungi da noi l’idea di criticare questo invito alla solidarietà. Sarebbe tuttavia un errore credere che il carattere collettivo della minaccia cancelli come per magia le disparità tra i corpi. La classe sociale, il genere, il predominio economico, la violenza militare o l’oppressione patriarcale sono altrettante realtà che situano i nostri corpi in modo diverso. Non lasciamoci incantare dalla romanticizzazione del confinamento che mira, strombazzando, a farci dimenticare queste differenze.

 

2. L’emergenza di un’immagine condivisa

Viviamo tutte e tutti nell’ombra di una minaccia grave e generalizzata: quella di una deregolamentazione ecologica globale i cui effetti sempre più massicci (riscaldamento climatico, massacro della biodiversità, inquinamento dell’aria e degli oceani, esaurimento delle risorse naturali) già colpiscono l’insieme del vivente e delle società umane. È certo che oggi una maggioranza di persone ne sia toccata e percepisca (in senso neurofisiologico) questa realtà.

Tuttavia per la maggior parte di noi tutto si svolge come se la catastrofe annunciata, non domani ma già da oggi, non sia identificata come concreta e immediata. La percezione è ben reale ma sembra rimanere a un livello soffuso senza che sia vissuta direttamente. Potremmo dire che siamo immersi nella minaccia. Essa costituisce la nostra atmosfera. Eppure non riusciamo a produrne una conoscenza delle cause, l’unica in grado di formare un’immagine concreta del pericolo che innesca l’agire.

Riceviamo quotidianamente numerose notizie riguardanti “il” disastro ma l’informazione, lungi dal provocare un’azione, conduce all’impotenza e alla sofferenza. Chi riesce ad agire, quindi, in questo contesto? Si tratta secondo noi di coloro che si impegnano nella ricerca delle cause: le vittime, gli scienziati, chi lancia l’allerta… Detto in altre parole, coloro che sono impegnati in un agire volto a fare emergere una rappresentazione chiara dell’oggetto in questione.

Il problema è che, di fronte a minacce di cui siamo coscienti ma che sono vissute come astrazioni, rimaniamo paralizzati dall’angoscia. Al contrario, quando siamo in presenza di una causa ben identificata, è la paura a far da padrona. E la paura, diversamente dall’angoscia che è senza oggetto, spinge all’agire.

Per comprendere meglio la questione della percezione diffusa di una minaccia astratta, è utile rifarsi alla distinzione proposta in principio dal filosofo tedesco Leibniz e ripresa in neurofisiologia tra percezione e appercezione . L’essere umano, come tutti gli organismi viventi, vive in costante interazione materiale con l’ambiente.

La percezione consiste in questo primo livello d’interazione formato dall’insieme di “accoppiamenti” percettivi che l’organismo forma con l’ambiente fisico-chimico ed energetico.

Per illustrare questo dispositivo, Leibniz fornisce l'esempio di come comprendiamo il suono di un'onda. Spiega che abbiamo una percezione infinitesimale dei milioni di goccioline d'acqua che colpiscono il nervo uditivo, senza che siamo in grado di percepire il suono di ogni goccia d'acqua. È solo a un secondo livello, nella dimensione dei corpi organizzati, che possiamo costruire l'immagine sonora di un'onda. Ciò significa che solo una piccola parte di ciò che percepiamo della base materiale diventa un’appercezione, per poi partecipare ai fenomeni di coscienza.

La questione centrale è quindi capire quando e perché emerge un’appercezione. Ciò è determinato innanzitutto dall'organismo che percepisce: un mammifero e un insetto non produrranno ovviamente la stessa immagine appercettiva di un’onda. Nel caso degli animali sociali e in particolare degli umani, l’appercezione è anche condizionata dalla cultura e dagli strumenti tecnici con cui interagiscono. Gli ultrasuoni sono un buon esempio di come funzionano questi raccordi. A differenza di alcuni mammiferi, gli umani non percepiscono queste frequenze sonore senza articolare il loro sistema percettivo con macchine che permettono di fare emergere una nuova dimensione appercettiva.

Inoltre, se il livello appercettivo partecipa alla singolarità che designa l'unità organica, non deve comunque essere considerato come la specificità di un individuo o il risultato di una soggettivitàindividuale. Una singolarità può essere composta da un gruppo di individui, per giunta di natura molto diversa (animale, vegetale o persino un ecosistema), che partecipa alla produzione di una superficie appercettiva comune. Lungi dall'essere una specie di superorganismo che esisterebbe in sé, questa dimensione esiste in modo distributivo all'interno dei corpi che ne sono catturati. Ecco come è influenzato ogni singolo corpo. I corpi partecipano alla creazione di questa dimensione appercettiva comune, che a sua volta influenza e struttura i corpi. Correntemente questa dimensione si manifesta nella forma di ciò che siamo abituati a chiamare senso comune, che agisce socialmente come un'istanza reale di significato condiviso.

Oggi assistiamo a un evento storico e senza precedenti: per la prima volta, tutta l'umanità produce un'immagine della minaccia. Questa immagine non si riduce a una conoscenza scientifica dei fatti che hanno portato alla comparsa e alla diffusione del virus. Ciò che è profondamente in gioco è l'emergere di un'esperienza condivisa della fragilità dei sistemi ecologici, che è stata finora negata e schiacciata dagli interessi macroeconomici del neoliberismo.

La particolarità di questa appercezione comune sta nella cornice del suo emergere. Paradossalmente non è la pericolosità intrinseca della pandemia che la sta causando, ma piuttosto il sistema disciplinare che la accompagna. È questo dispositivo e non la minaccia in sé che ci mette in una nuova situazione. Ovviamente non lo possiamo comprendere valutandolo dall’angolatura della sola dimensione sanitaria. È questa trappola che porta alcuni a lanciarsi in sommarie contabilità macabre per contestare il carattere inedito della crisi, paragonandola ad altri flagelli.

Di fronte a questa nuova situazione, vediamo emergere due interpretazioni opposte. Da un lato, chi afferma che questo è un fatto molto grave, per il quale dovrebbe essere trovata una soluzione sotto forma di un vaccino o di un farmaco. In questa comprensione della crisi evidentemente non si mette in discussione il paradigma del pensiero e dell’agire dominanti. D'altra parte, un'altra interpretazione, a cui desideriamo contribuire, consiste nel vedere in questa rottura un evento autentico che sfida irreversibilmente l'ideologia produttivista fino ad ora egemonica. Il coronavirus è per noi il nome di questo punto critico che segna anche, almeno speriamo, un punto di non ritorno a partire dal quale il nostro rapporto con il mondo e il posto degli umani negli ecosistemi devono essere profondamente messi in questione.

 

3. Un’esperienza del comune

Se facciamo lo sforzo, nonostante l’orrore della situazione, di non rinunciare al pensiero, è possibile scorgere l’unica cosa che questa crisi ci permette di sperimentare positivamente: la realtà dei legami che ci costituiscono. Anche in questo caso, tuttavia, occorre evitare qualsiasi visione ingenua. Di fronte alla propria interiorità, ciascuno di noi è diverso. E quando la frenesia della vita quotidiana non permette più di auto-evitarci, alcuni di noi si rendono conto che hanno dei pessimi legami con se stessi e, in modo marginale, con il loro ambiente. A porte chiuse, il vero inferno è spesso con se stessi. Un odio per se stessi che finisce sempre per trasformarsi in un inferno per gli altri.

Da quando siamo confinati, ci siamo resi conto che siamo esseri territorializzati, incapaci di vivere esclusivamente in modo virtuale, mettendo da parte ogni elemento di corporeità. Milioni di individui fanno oggi l’esperienza nei loro corpi che la vita non è qualcosa di strettamente personale.

Le virtù tanto lodate del mondo della comunicazione e dei suoi strumenti si rivelano del tutto impotenti a farci uscire dall’isolamento. Nella migliore delle ipotesi riescono a mantenere l’illusione di riunire i separati in quanto separati.

Nel bel mezzo della crisi abbiamo acquisito almeno una certezza: nessuno si salva da solo. Con riluttanza, i nostri contemporanei sperimentano la fragilità dei legami che ci obbligano finalmente a superare l’illusione dell’individuo autonomo e serializzato. Capiamo che non si tratta di essere forti o deboli, “vincenti” o “perdenti”, ma che esistiamo, tutte e tutti, attraverso questa fragilità che ci permette di provare la nostra appartenenza al comune.

La vita individuale e la vita sociale ci appaiono finalmente come due facce della stessa medaglia.

Obbligati all’isolamento, scopriamo di essere attraversati da molteplici legami che non corrispondono affatto al disegno thatcheriano secondo il quale “non c’è società” ma solo individui.

È il desiderio del comune (desiderio della vita) e non la minaccia, che ci permette di agire in questa situazione. In questo movimento di ribaltamento, i nostri punti di riferimento abituali si invertono: non si tratta più solo di me stesso e della mia vita individuale. Ciò che conta ora è in che cosa questa vita viene inserita, il tessuto attraverso il quale acquisisce senso.

In questo momento in cui i legami sono ridotti alla pura virtualità comunicativa, ci sembra fondamentale pensare i limiti di questa astrazione. Pensare a ciò che non è sperimentabile tramite Skype o qualsiasi social network. Insomma, pensare a tutto ciò che costituisce in fondo la singolarità propria dei nostri corpi e delle loro esperienze.

 

4. Contro il biopotere

La finestra non si è solo aperta su nuove possibilità positive. L’esperienza che viviamo offre al biopotere un terreno di sperimentazione senza precedenti: la possibilità di disciplinare e controllare le popolazioni di interi paesi e continenti.

E’ sempre sorprendente (e allo stesso tempo inquietante) osservare con quale rapidità gli individui si lascino disciplinare quando la bandiera della sopravvivenza viene agitata.

Riconosciamo allo stesso tempo che vi è qualcosa di tragicomico nel constatare che la geolocalizzazione degli individui supponga che questi non nutrano l’idea terribile e perversa di lasciare semplicemente i loro smartphone sui comodini da notte.

La servitù volontaria è al suo apice quando il braccialetto elettronico del prigioniero diventa un telefono acquistato a caro prezzo.

Questa esperienza inedita di controllo sociale potrà allora servire come prova generale. È facile immaginare che in futuro non sarà difficile invocare l'emergenza di nuove minacce per giustificare tali pratiche di sorveglianza. In questo contesto la questione se siamo o no in guerra con il virus non è solo un dibattito retorico. Primo, perché ha implicazioni giuridiche concrete. In secondo luogo, perché ci fornisce un'indicazione di come questa crisi possa generare pratiche autoritarie durature.

 

Non siamo in guerra. Questa visione virile e di conquista è essa stessa parte del problema. Stiamo subendo le conseguenze di un regime economico e sociale aberrante e mortifero. Diffidiamo di questi discorsi marziali e dei rulli di tamburo che precedono sempre il sacrificio del popolo.

Il nostro obiettivo non è vincere una battaglia, ma assumere la fragilità del mondo, cambiando radicalmente il modo in cui lo abitiamo. Altrimenti una volta terminata la pandemia, il potere non esiterà, con i suoi toni da maresciallo vittorioso, ad arruolare la popolazione in nome della causa della patria economica.

Ci verrà poi detto che non è più il momento di pensare o protestare per i cambiamenti sociali strutturali (miglioramenti, ad esempio, nei sistemi sanitari). Qualsiasi richiesta di giustizia sociale passerà quindi per un tradimento della patria, perché sarà venuto il momento di dedicarsi al sacro compito: ripristinare l'economia e la crescita.

La storia ufficiale ci dirà innanzitutto che abbiamo vissuto, affrontato e vinto uno sfortunato incidente imprevedibile. Ci spiegherà poi che è necessario raddoppiare i nostri sforzi per superare la resistenza della natura all'onnipotenza umana. Ora, quello che in modo irresponsabile chiameranno un incidente era in realtà così imprevedibile che biologi ed epidemiologi l’avevano previsto da venticinque anni.

Tra i molteplici vettori all’origine delle malattie emergenti e riemergenti, si sa che la distruzione dei meccanismi di regolazione metabolica degli ecosistemi, legata in particolare alla deforestazione, svolge un ruolo preponderante. Inoltre, l’urbanizzazione selvaggia e la costante pressione delle attività umane sugli ambienti naturali favoriscono situazioni di promiscuità inedita tra le specie.

Qualunque sia la reazione dei governi, una cosa è certa: una nuova dimensione appercettiva, vale a dire una nuova immagine del disastro ecologico è emersa ed è incorporata nel senso comune.

Il dispositivo secondo il quale l'essere umano era il soggetto che doveva imporsi come padrone e possessore della natura ci appare sotto il suo vero volto da incubo.

 

5. Pensare e agire nella situazione presente

Come scriveva Proust, “i fatti non penetrano mai il mondo in cui vivono le nostre convinzioni”.

Non esistono fatti “neutri” che esprimono un significato in sé. Tutto esiste solo in un insieme interpretativo che gli conferisce senso e validità.

La scienza si occupa dei fatti e allo stesso tempo costruisce il proprio racconto interpretativo.

Contrariamente a quanto sostiene lo scientismo, l’attività scientifica non consiste nel produrre semplici aggregati di fatti nudi. Il racconto attraverso il quale la scienza ordina i fatti emerge da un’interazione con altre dimensioni che sono, tra le altre, l’arte, le lotte sociali, l’immaginario affettivo e più in generale l’esperienza vissuta. Tutte dimensioni che partecipano alla produzione del senso comune.

Di fronte alla complessità del mondo, la tentazione reazionaria ci invita a delegare il nostro potere di agire ai tecnocrati, quando non direttamente alle macchine algoritmiche. In questa visione oligarchica, gli scienziati sanno, i politici seguono e il buon popolo obbedisce. Ora, esiste un rapporto molto più conflittuale tra il pensiero critico e il senso comune, che non possiamo contrapporre. Il ruolo del pensiero strutturato non è certamente quello di ordinare e disciplinare il senso comune, ma piuttosto quello di aggiungere dimensioni di significato che possano diventare poi maggioritarie ed egemoniche. Per questo ogni progetto di emancipazione, lungi dal rappresentare la rivelazione di una scena nascosta di verità, è sempre una creazione libera di una nuova soggettività.

La fantasia di proiettarsi nella grande festa che seguirà il giorno della liberazione implica, nella sua comprensibile ingenuità, l’oblio dei processi che ci hanno portato alla situazione attuale. Eppure, questi processi non si ritireranno un giorno come un esercito sconfitto. Questi elementi continueranno a imperversare in varie forme.

È necessario che questa crisi non si concluda tra gli applausi scroscianti per una guerra vinta. Questo evento storico ci apre la porta all’appercezione comune dei vincoli di fragilità che costituiscono il nostro mondo.

Non sappiamo cosa ci aspetti e non abbiamo alcuna pretesa di prevederlo. Sappiamo, tuttavia, che le forze reazionarie di tutto il pianeta saranno pronte a trarre profitto dal disorientamento in cui saremo ancora immersi.

 

Così, nel cuore di questa situazione oscura e minacciosa, dobbiamo assumere questa realtà, non attendendo saggiamente che “andrà tutto bene”, ma preparando già qui le condizioni e i legami che ci permettano di resistere all’avanzata del biopotere e del controllo.

Questa situazione di crisi non deve indurci ad aumentare la delega delle nostre responsabilità. Si sarà visto che i “grandi di questo mondo” (questi nani morali), parlando di guerra, vogliono ancora una volta fare di noi, le loro risorse umane, “carne da cannone”. Solo una chiara opposizione al mondo neoliberista della finanza e del puro profitto, solo una rivendicazione dei corpi reali non sottomessi al puro virtuale del mondo algoritmico possono oggi essere i nostri obiettivi.

Come in ogni situazione complessa, dobbiamo convivere con un non-sapere strutturale che non è ignoranza, ma un’esigenza per lo sviluppo di ogni conoscenza. Non si tratta quindi di pensare al giorno che verrà, vivendo il presente come una semplice parentesi. La nostra vita si svolge oggi.

Ecco perché questo piccolo manifesto è un appello a quelle e quelli che desiderano immaginare, pensare e agire in e per il nostro presente.

 

Contact: collectifmalgretout.net

Pour le “Collectif Malgré Tout” France: Miguel Benasayag, Bastien Cany, Angélique Del Rey,

Teodoro Cohen, Maeva Musso, Maud Rivière

Per il “Collettivo Malgrado Tutto” Italia: Roberta Padovano, Mary Nicotra, Daniela Portonero

 
« InizioPrec.123456789Succ.Fine »

Pagina 4 di 9

Accedi

Per avere accesso a tutte le aree, i contenuti e il negozio del nostro sito, REGISTRATI o accedi qui.





E' gratis e sicuro!

bottom
top
bottom

Creative Commons License MC Editrice s.a.s. - Via Vigevano, 45 Milano IT - CF e P.I.: 11073520154. Si accettano i Termini di utilizzo. Powered by Joomla!