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Sentieri himalayani

Sette racconti di viaggio ed altrettanti itinerari in una delle regioni più suggestive e sacre del pianeta, con una guida d’eccezione come Jacques Vigne. Medico psichiatra, ricercatore, maestro di meditazione, per la prima volta, e per il pubblico italiano, raccoglie in un libro le sue esperienze di viaggiatore e di guida sui sentieri himalayani.

 

Una gioia di nonsense

Perché abbiamo bisogno del comico e dell’assurdo? Da dove viene l’interesse per una forma poetica così poco convenzionale come il nonsense? Andare oltre il pensiero razionale, accogliere il senso nudo dell’esistenza ha un effetto liberatorio, salvifico, persino gioioso.

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Continuare a pensare durante i giorni di crisi. La “tenuta” dell’operatore PDF Print E-mail
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Written by MC Editrice   
Friday, 22 May 2020 08:30

Continuare a pensare durante i giorni di crisi. La “tenuta” dell’operatore

Pubblicato il 1 maggio 2020 su DIALOGHI MEDITERRANEI

di Alfredo Ancora

 

20 aprile

Una “sosta” obbligata?

Quando il tempo scorre nelle sue forme obbligatorie, irrompe il pericolo di vivere senza pensare soprattutto per chi fa il nostro lavoro. Bruno Callieri [1], maestro indiscusso della psichiatria italiana, diceva: «La vita vissuta dell’uomo ha la struttura della via, cioè il suo “qui-ora” si costituisce sempre mediante un “da-dove” e un “verso-dove”». Seguendo questo suggerimento cerchiamo di descrivere “un idea” di percorso un po’ speciale, necessariamente in process, nei viottoli del pensiero di noi, “tecnici della salute mentale”, in questi giorni (marzo-aprile 2020). Un andamento necessariamente a zig-zag perché interessa anche noi come “persone comuni”, prima, durante, forse anche dopo la pandemia-pan-demonio, fonte di caos e dis-ordine nei nostri atteggiamenti mentali e nelle nostre “intoccabili” (almeno finora) condizioni di vita.

Il nostro passato lo conosciamo (formazione, vissuti personali, professionali etc.), il durante lo stiamo vivendo fra mille contraddizioni di chi sta dentro e deve stare anche fuori [2]. Il futuro non possiamo prevederlo interamente, ma forse possiamo prepararci! Andremo incontro ad un periodo di cui non possiamo immaginare il prodotto finale “psichico ed esistenziale” a meno che non ci si lasci andare a ipotesi “tranquillizzanti” del tipo tanto tutto tornerà come prima.

Dovremmo partire dal concetto di crisi, più precisamente dalla crisologia, scienza della crisi, che il novantanovenne Edgar Morin [3] considera come possibilità di cambiamento e non solo nell’accezione negativa in cui comunemente viene considerata. Infatti, nella sua ultima intervista (aprile 2020) commentando la situazione attuale intravede in questa crisi «la possibilità di riconquistare il tempo interiore “come una sfida politica, ma anche etica ed esistenziale»

 

 

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Written by MC Editrice   
Thursday, 21 May 2020 16:32

Continuare a pensare durante i giorni di crisi. La “tenuta” dell’operatore

Pubblicato il 1 maggio 2020 su DIALOGHI MEDITERRANEI

di Alfredo Ancora [*]

 

20 aprile

Una “sosta” obbligata?

Quando il tempo scorre nelle sue forme obbligatorie, irrompe il pericolo di vivere senza pensare soprattutto per chi fa il nostro lavoro. Bruno Callieri [1], maestro indiscusso della psichiatria italiana, diceva: «La vita vissuta dell’uomo ha la struttura della via, cioè il suo “qui-ora” si costituisce sempre mediante un “da-dove” e un “verso-dove”». Seguendo questo suggerimento cerchiamo di descrivere “un idea” di percorso un po’ speciale, necessariamente in process, nei viottoli del pensiero di noi, “tecnici della salute mentale”, in questi giorni (marzo-aprile 2020). Un andamento necessariamente a zig-zag perché interessa anche noi come “persone comuni”, prima, durante, forse anche dopo la pandemia-pan-demonio, fonte di caos e dis-ordine nei nostri atteggiamenti mentali e nelle nostre “intoccabili” (almeno finora) condizioni di vita.

Il nostro passato lo conosciamo (formazione, vissuti personali, professionali etc.), il durante lo stiamo vivendo fra mille contraddizioni di chi sta dentro e deve stare anche fuori [2]. Il futuro non possiamo prevederlo interamente, ma forse possiamo prepararci! Andremo incontro ad un periodo di cui non possiamo immaginare il prodotto finale “psichico ed esistenziale” a meno che non ci si lasci andare a ipotesi “tranquillizzanti” del tipo tanto tutto tornerà come prima.

Dovremmo partire dal concetto di crisi, più precisamente dalla crisologia, scienza della crisi, che il novantanovenne Edgar Morin [3] considera come possibilità di cambiamento e non solo nell’accezione negativa in cui comunemente viene considerata. Infatti, nella sua ultima intervista (aprile 2020) commentando la situazione attuale intravede in questa crisi «la possibilità di riconquistare il tempo interiore “come una sfida politica, ma anche etica ed esistenziale» [4].

Noi (psichiatri, psicoterapeuti, psicologi,) assomigliamo ai “guaritori feriti”, di cui parla Carl Gustave Jung: «Solo il guaritore ferito può guarire» [5]. Per questo, è importante conoscere in una crisi le vari fasi evolutive delle sue potenzialità trasformative, di un possibile intervento su una sua acutizzazione [6], di un eventuale inizio di cambiamento. È necessario riflettere sul carico di angoscia dei tempi attuali che “gonfia” i nostri pensieri con aria di forti dubbi sul se e sul come intervenire. Noi operatori siamo sottoposti come tutti gli altri (anche se siamo in possesso di qualche strumento di analisi in più) alle stesse tensioni. In un certo senso si è formato un quadro fuori dall’ordinario: tecnici e pazienti nella stessa situazione, livellati, come ci ricorda il grande Totò nella sua A livella [7]. È noto lo stile dissacrante del grande comico-epistemologo che in questa poesia-monologo racconta come marchesi e netturbini finiscono poi tutti egualmente sotto terra! Per certi versi anche adesso sua Maestà Corona Virus, monarca assoluto, ci ha reso tutti egualmente sudditi! È chiaro che non tutti vivono nelle stesse condizioni, come chi abita in luoghi ristretti o scarsamente igienici, nomadi, migranti, fasce deboli della cosiddetta scala sociale, anziani con un triste primato di decessi. E pensare che un proverbio africano così recita: «quando muore un vecchio è come se andasse a fuoco una intera biblioteca!»

Una questione più dolorosa riguarderà coloro che hanno perso (o perderanno) il lavoro [8]. Senza dubbio l’insulto iniziale e i relativi provvedimenti restrittivi hanno riguardato tutti, ricchi e poveri, precari e stabilizzati, pensionati e non, dipendenti e datori di lavoro! Potenza di un virus! Tutti uguali! «Siamo tutti sulla stessa barca, nessuno si salva da solo» ha detto Papa Francesco durante la preghiera [9] del 27 marzo in un piazza S. Pietro deserta nella sua bellezza spettrale! Allo stesso tempo, sale una domanda: questa crisi come e se cambierà noi operatori prima di tutto a livello personale e poi come e se influenzerà le nostre “pratiche”, più attente certamente a bisogni psichici lievitati in questo periodo anomalo! Saremo capaci di apprendere anche dai contesti in cui si presenterà il disagio e non di estrapolare da esso? Né possiamo certamente trascurare quel materiale di “macerie e rovine interne” [10] che ogni evento nefasto talvolta trascina con sé, alcune volte sotto traccia, come “ferite invisibili” di cui parla Richard F. Mollica [11].

Dipenderà dalle risorse individuali messe in campo (e soprattutto quelle rimaste!) in che forma leggera / pesante sarà toccato ognuno di noi e da quanto la società sarà capace di creare “ammortizzatori” per lenire indubbi stati di sofferenza non solo psichica. L’attentato alle condizioni di vita attuali per certi versi ci ha riportato indietro nel corso del tempo a quel senso di «precarietà dell’esserci e al rischio di non esserci» descritta negli anni cinquanta da Ernesto de Martino [12] come “crisi della presenza” e ripresa poi anche da Ulrich Beck (1986) nel suo La società del rischio

L’obbligo di essere solidali

Forse per poter anche apprendere qualcosa da tale attentato al nostro modo di vita, spesso veloce e frettoloso, dovremmo allentare un po’ le nostre difese ed aprirci di più “al mondo” spesso ignorato, scoprendo che ci si può avvicinare agli altri che popolano lo stesso condominio e che non abbiamo finora voluto/potuto neanche sfiorare con uno sguardo! Potremmo accorgerci che il bisogno degli altri è pari a quello degli altri verso di noi. Scoprire la solidarietà di questi tempi sta quasi divenendo una necessità! Siamo tutti interconnessi, non solo con internet ed altri mezzi virtuali ma anche con pensieri e comportamenti che si rimandano a vicenda come in un cerchio composto da tante parti interagenti fra loro. Se volessimo dare una forma a queste immagini per certi versi circolari potremmo ricorrere all’aiuto di Maurits Cornelis Escher [14], geniale incisore e grafico olandese nelle cui opere ogni figura è collegata all’altra e viceversa. Nel suo famoso lavoro “cielo/acqua” dove cominciano gli uccelli e iniziano i pesci e viceversa? Sul piano della nostra realtà quotidiana sta accadendo qualcosa di nuovo, da cui per altro alcuni “si difendono” chiudendosi in se stessi: l’uno rimanda ed è rimandato all’altro. Un quadro di relazioni quasi obbligatorio che ha riguardato tutti e ognuno ha dovuto rispondere in una maniera o nell’altra. Anche noi, nel nostro specifico, indipendentemente dalla formazione personale, ci siamo trovati di fronte a un mondo circolare in cui emozioni-tecniche, operatori-operatori, operatori-utenti, sintomi fisici-psichici, contesto–cura, erano ricorsivamente collegati

Il Tempo

In questa fase di restrizioni necessarie c’è la consapevolezza che stiamo ricorrendo ad ogni mezzo, per esorcizzare il pavor vacui che incombe e che ci obbliga a riempire il tempo con ogni cosa; e non è sufficiente affidarsi all’indimenticabile Edoardo De Filippo (“ha da passà ‘a nuttata”) per iniziare un altro giorno nella speranza di ricevere qualche buona notizia!

È duro ammettere lo smacco del tempo per noi che sin dalle origini dell’umanità abbiamo sempre cercato di fermare o modificarne l’andamento. Ne parlava già Zenone nell’antica Grecia e da allora lo abbiamo sempre rincorso! I mezzi che ci stanno aiutando a “passare il tempo” ci vengono dati per la maggior parte dalla tecnologia virtuale: mostre, biblioteche, programmi televisivi (alcuni molto discutibili!), musica, balletti, opere, film. L’intero mondo virtuale è a nostra disposizione attraverso i suoi canali! Scorrono rappresentazioni di realtà che ci fanno viaggiare anche se “all’interno della nostra camera” per citare un fantasioso autore settecentesco [15]. Sembrerebbe paradossale: finestre “virtuali” sul mondo ci possono aiutare a guardare anche le realtà in carne ed ossa di tutti i giorni, delle persone vere, degli altri che per la nostra organizzazione di vita non abbiamo potuto/voluto trovare il tempo di vedere fino ad allora! Potenza del tempo! Scandito in altro modo ci può far rendere conto che non siamo soli al mondo e soprattutto non siamo i soli!

 

Lo Spazio

Come lo stiamo vivendo nel momento in cui si è forzatamente ristretto (non solo fisicamente), è divenuto “circoscritto” in base a restrizioni subite e poi accolte non con qualche difficoltà? Fuori dalle “quattro mura” è divenuto distanziamento sociale (parola del nuovo vocabolario) protettivo e separante. Nei fatti relazioni familiari e lavorative sono state messe a dura prova e forse ridisegnate altre. Indigeni e nativi hanno scoperto di fare parte di una stessa tribù a cui pensavano di non appartenere!

Che succede quando l’idea dello spazio si restringe improvvisamente richiedendo adattamenti non sempre possibili? Prendiamo un esempio dai tempi normali, quando degli amici decidono di fare un viaggio in barca (ovviamente non in panfilo!). Lo spazio-barca [16] è una dura prova, un luogo piccolo e nuovo a cui abituarsi che mette a rischio l’utilizzo di tutte le risorse personali e mentali, dal momento che richiede un atteggiamento munito di flessibilità e tolleranza diverso da quello a cui si è abituati. Il rischio reale è di generare dinamiche interpersonali non sempre gestibili, col rischio di scatenare aggressività ed istinti primordiali per la sopravvivenza! Lo spazio-barca è un esempio di come in situazioni normali si possa generare una vera e proprio situazione di crisi anche fra persone che si conoscono!

Il bisogno di uscire – dato per scontato fino ad oggi – diventa “desiderio” di poter respirare una boccata d’aria! Irrompe improvvisamente nella nostra vita ridisegnandone forzatamente le necessità e mettendo a dura prova i meccanismi adattivi personali! Una immagine surreale, simile a “l’aria dei carcerati” che per tutto il giorno aspettano con ansia l’ora di aria, appunto! Non è un caso che per descrivere questo stato d’animo i francesi usino la parola confinement (traduzione letterale: confinamento ma anche reclusione). Allo stesso modo siamo quasi “obbligati” a riflettere sul nostro sistema di relazionarsi spesso autocentrato e difensivo, pronto a chiudersi verso possibili minacce degli altri. Sembra paradossale che il virus ci abbia fatto scoprire alcune cose “nuove” (che poi nuove non sono!). Ad esempio: nuovi modi di lavorare da casa, meno consumismo (obbligatorio causa chiusura di molti negozi), il “ritorno” dell’essenziale”, la scoperta che l’inquinamento e la diminuzione delle polveri sottili possono essere ridotti (ma non si era detto che era un processo inarrestabile e inevitabile?).

Qualcosa non quadra! Questo virus ci ha scosso sin dalle fondamenta. È divenuto un “terrorista”: ha attentato alle nostre condizioni di vita! Non so prevedere se il passaggio da questa situazione allo stato successivo porterà con sè anche l’adozione di nuovi parametri di valori, cominciando dal cosiddetto capitale umano che forse non è sempre monetizzabile, che l’aumento del Pil non coincide necessariamente con una maggiore felicità e salute, e che un nuovo modo di vivere è possibile (con qualche rinuncia!).

In questi momenti siamo stati “costretti” a come pensare/vivere anche il tempo in maniera diversa! Il tempo attuale è un tempo “sospeso”, “forzato”, “contingentato”, “compresso”, che sta influenzando le nostre condizioni di vita, Saremo pronti ad eventuali aggiustamenti (forse cambiamenti)? È difficile rispondere se non accodandosi a valutazioni “comode” basate sul “tanto tutto tornerà come prima” (passato il temporale si chiudono gli ombrelli). Stiamo facendo i conti su quanto sia impossibile desiderare il cambiamento senza cambiare, stando fermi col pensiero/comportamento e sperando solo il ritorno alla nostra normalità rassicurante, salvo poi ricominciare a lamentarsi del traffico della vita accelerata, delle “bombe d’acqua” etc! Per riflettere in modo diverso potremmo iniziare a pensare questo periodo come esperienza di tempo vissuto, non solo subito, marcato dal nostro orologio interno. Lo ricorda Henry Bergson [17] quando nel suo Memoria e tempo (1889) evidenziava la differenza fra il tempo vissuto (quello interiore) e il tempo cronometrato (quello sociale).

 

Quale atteggiamento mentale

Come “tecnici del mentale” conosciamo le problematiche del nostro lavoro al quale siamo stati formati e che ci ha permesso di “imbastire” un rapporto con un pensiero/azione/pensiero nell’approccio di chi si rivolge a noi. Queste premesse aiutano a porci alcune domande. Innanzitutto se e come immaginiamo che il contesto di cura possa cambiare, se alcuni elementi o categorie si dovranno aggiornare [18] per com-prendere (nel senso di prendere insieme) come formare nuove relazionalità più complesse. Esse sono il frutto di una storia attraversante dimensioni spaziali e temporali vissute diversamente precedentemente. Col senno del poi, forse potremo leggere questo periodo come un momento di svolta, arricchiti di nuove consapevolezze e della forza necessaria a percorrere il cambiamento in atto. In questo passaggio verso un nuovo rapporto e nuove necessità è utile un pensiero nomade, aperto, capace di uscire da rigide strettoie metodologiche ed adattarsi a realtà terapeutiche contaminate [19] in cui giocheranno un forte impatto afferenze prodotte da un quadro sociale modificato, a tutt’oggi non ancora “svelato” ma di cui si possono intuire alcuni “segni”.

 

Che fare?

Non voglio certo proporre “nuove tecniche” post crisi pandemica né lanciarmi in ardite previsioni. Lascio gli oroscopi mentali a chi sa leggere nella sfera di cristallo! Più semplicemente, si tratta di riflettere su come si possa partecipare alla stessa esperienza di cura e quanto la com-passione [20] – soffrire insieme – possa influenzare la relazione terapeutica iniziata, ancora in corso, sospesa, ripresa. Non si può considerare la situazione di questi giorni come a sé stante dal percorso terapeutico. È un dato in continua evoluzione per i motivi che finora abbiamo esaminato e per gli altri che si consolideranno nel tempo. Qualcosa cambierà e forse attiverà forme d’incontro legate a nuove necessità. Un esempio su tutti. Non dobbiamo dimenticare come è nata la psicoterapia di gruppo (nel 1940) a opera di due psichiatri inglesi Heinric Foulkes e Wilfred Bion, in un clima sociale e culturale minato pesantemente dalle vicende belliche che avevano procurato una enorme mole di soldati traumatizzati. Per il loro tipo di problematiche, difficilmente risolvibili in termini individuali, essi sperimentarono l’intervento terapeutico in piccolo gruppo, iniziando cosi un nuovo approccio dei disagi psichici. È nota la concezione di Bion [21] secondo la quale nessun individuo, per quanto isolato, possa essere marginale rispetto a un gruppo, o mancare di manifestazioni attive di psicologia di gruppo; infatti egli afferma che «l’uomo è un animale gregario, e in quanto tale non può fare a meno di esser membro di un gruppo anche quando la sua appartenenza al gruppo consiste nel comportarsi in modo da far credere che egli non appartiene a nessuno» (Bion, 1971: 141). Stare insieme diventa anche «l’occasione di facilitare la percezione dell’esperienza traumatica come un’esperienza condivisa, anziché come una situazione estrema ed eccezionale» (Pelicier,1989) [22].

Un altro esempio di piccolo cambiamento è costituito dall’approccio psicologico e psichiatrico verso stranieri provenienti da altri mondi e modi di intendere la malattia e la cura. Sintomi che i migranti hanno portato, definiti da Callieri [23] «idiomi culturali del disagio psichico», sollecitando, oltre alle problematiche umane e sociali, anche riflessioni sul nostro modo abituale di conoscenza, ritenuto il solo possibile. Forse sarà necessaria una diversa attenzione da parte di chi lavora nelle strutture psichiatriche, territoriali ed ospedaliere, in quanto non si potranno affrontare nuove situazioni con vecchi servizi [24]. Se non altro, per non ripetere – anche se ad un altro livello ed in un altro contesto – quanto accadde per l’arrivo degli “stranieri” che ha trovato strutture impreparate nell’approccio terapeutico da utilizzare. L’intruso culturale aveva fatto irruzione prima nei nostri pensieri e poi nei nostri ambulatori!

Abbiamo potuto anche apprendere i nuovi contesti e allo stesso tempo osservare come alcuni paradigmi non fossero più sufficienti nella costruzione di realtà terapeutiche nuove. Come l’identità, che è un concetto mobile, il tempo e lo spazio rivisitati secondo nuovi calendari, gli spiriti la cui presenza /assenza ci mette spesso in difficoltà in determinate situazioni cliniche, l’uso del corpo che in alcune culture veicola il disagio psichico (ho male qui!). Callieri nel suo affascinante Corpo, esistenze, mondi [25] ci ricorda come «il mondo della vita ha per soggetto l’esistenza con i suoi vissuti e non l’organismo a cui la pratica medica ha ridotto la nozione di “corpo”».

In sintesi, penso che bisognerà creare nuovi momenti di ascolto di gruppo in cui sia possibile raccontarci l’esperienza comune e la sofferenza individuale.

 

L’orizzonte della crisi

Angoscianti “bollettini” ci annunciano ogni giorno, oltre ai guariti, impressionanti numeri di decessi che colpiscono il nostro stato d’animo simile per certi versi a quello descritto nel libro postumo di E. De Martino, La fine del mondo (1977) [26], in cui l’illustre storico delle religioni individuava non una «catastrofe cosmica che può distruggere o rendere inabitabile il pianeta terra», ma «una perdita del senso dei valori intersoggettivi della vita umana».

Non penso che si potranno “rimuovere” facilmente le immagini di camion militari che trasportavano deceduti covid senza che le famiglie abbiamo potuto dare l’ultimo saluto! Quelle immagini hanno richiamato alla mente il terremoto dell’Irpinia (1980, più di tremila morti), quando alla sofferenza della perdita dei loro congiunti si aggiunse per alcuni anche un altro dolore: non poter vedere i propri cari neanche in una tomba perché sepolti in fosse comuni! Due episodi lontani nel tempo ma toccati dalla stessa doppia violenza. La perdita di vite umane e nello stesso tempo l’espropriazione della morte e dei suoi rituali fondamentali [27], primo fra tutti la cerimonia funebre, la mancanza di tempi e modi della condivisione del dolore con parenti amici o l’intera comunità. In ogni cultura l’estrema separazione è sempre accompagnata da liturgie che variano da un paese [28] all’altro, ma che hanno lo stesso scopo: lenire il dolore della perdita insieme agli altri.

Ogni considerazione, ogni possibile ipotesi d’intervento non può che essere “viziata” perché fatta dal di dentro. Non è il momento, forse, di affidarsi a previsioni o a impostazione fideistiche legate al dio -Algoritmo, né tantomeno al dio-Pil (ambedue forse dovrebbero essere ridimensionati). Certamente possiamo guadagnare in consapevolezza nel nostro pensare/pensarci in questi tempi e in ogni futura pratica, come prodotto culturale [29] di un sistema vivente in rapporto con tutte le parti interagenti con la formazione di questa crisi, visibili e non. A questo tipo di “pasta” contribuiranno anche altri ingredienti come le afferenze emotive, sociali ed esistenziali di cui possiamo adesso considerarne solo la possibile influenza, cogliendone il divenire e non ancora il divenuto. Tralascio ogni considerazione sulle conseguenze economiche già visibili in alcune categorie di lavoratori.

In sintesi non possiamo conoscere con quale approccio ci avvicineremo al nostro lavoro! Con quello di sempre? Ordinario, conosciuto e per certi versi rassicurante per noi e per chi ci chiede aiuto? Le crisi creano sempre condizioni per qualcos’altro. Un piccolo esempio di cambiamento (come abbiamo già visto) è avvenuto già nella sperimentazione in questa fase emergenziale in cui non è stato possibile l’incontro naturale con i nostri pazienti. L’impiego di alcuni strumenti digitali che la scienza per fortuna ci mette e a disposizione (tablet, computer, video chiamate con skype, zoom etc.) rivelatosi necessario per il “continuum” del nostro lavoro è da considerare provvisorio (tranne in alcune situazioni-limite). Non può diventare un mezzo usuale per il proseguo degli incontri, diventando un mezzo di alleanza implicita fra terapeuta e paziente, uno strumento di comunicazione più “comodo” o “più facile”.

Questi canali comunicativi sussidiari devono rimanere tali e non possono sostituire la comunicazione anche empatica fra paziente e terapeuta, insostituibile nella costruzione di ogni rapporto di cura.

 

Qualche considerazione finale

Il periodo che tutti stiamo vivendo ci invita (forse!) a uscire da un mondo rigorosamente autocentrato sullo individualismo e poco sugli altri. Potremmo scoprire, volendo, di essere non solo interconnessi (anzi iperconnessi!) anche intersolidali. Siamo ovviamente consapevoli che la solidarietà non virtuale è un’altra cosa. È una direzione verso! Una riflessione immediata è quella di un cambiamento verso un mondo mentale più sano ed “igienico”, non utopico, ma reale capace di modificare qualcosa di noi, dentro di noi e di noi con gli altri. È difficile dirlo nel durante della crisi. Come terapeuti, produttori di cambiamenti, consideriamo molto attentamente l’importanza dell’alterità: costituisce la pasta del nostro lavoro! Tuttavia, dobbiamo sempre tener presente in questa particolare situazione la doppia valenza con cui ci avviciniamo a tale evento: come persona che come gli altri vive questa crisi e come “tecnici del mentale” pronti ad intervenire sui disagi psichici attuali e su quelli possibili. I soccorritori saranno indenni da danni? Quali e come essi stessi metabolizzeranno questa difficile fase?

È troppo presto per poterlo dire: siamo ancora nel centro del dramma! Per comprensibili ragioni rimando a tutta la vasta letteratura sul trauma e sulle cosiddette sindromi postraumatiche. Voglio solo ricordare qui lo studio effettuato dalla psichiatra del Colorado, Sharon Wilk (1999)[30] che ha coniato il termine “disturbo postraumatico da stress di seconda mano” per indicare il disagio che colpirebbe i soccorritori, e quello più recente di Ari Gounongbé (2015) che ammonisce di «salvare senza soccombere alla difficile situazione degli altri» [31]. Questi contributi mettono il focus su chi opera, sui suoi bisogni, sui rischi.

In sintesi, forse non c’è bisogno di nuove tecniche, ma di un nuovo pensiero più elaborato e condiviso. Il quadro che si va configurando potrebbe rappresentare un’occasione unica nella storia del pensiero “psy”: trasformare l’esperienza che ci ha toccato tutti in un momento di emergenza in un approccio comune nel creare spazi di gruppo aperti alla rappresentazione dei vissuti di tutti: terapeuti, pazienti e tutti gli attori di questo psicodramma collettivo (come avvenne nella nostra esperienza con i terremotati di Abruzzo)[32].

La nota finale è di ammirazione al lavoro esemplare di tutti quegli operatori sanitari che stanno lavorando in condizioni estreme perché non adeguatamente protetti. Molti, moltissimi i deceduti. Il loro impegno, fra le altre cose, ha riportato in auge una parola desueta e di bassa intensità comunicativa: missione. Essa rimanda all’impegno etico di ciascuno di noi e si associa ad un’altra parola – forse un po’ dimenticata – passione. Questi termini che io definirei come parole-pensiero, fanno pensare al nostro lavoro attuale e futuro, al ricordo della terapia /therapeia (che in greco vuol dire servizio), all’apertura all’altro con cui dobbiamo iniziare un percorso dì cura. Per difendersi dagli attacchi proditori del virus è essenziale, ora più che mai, utilizzare l’arma del pensiero ed avere una mente attiva.

 

Dialoghi Mediterranei, n. 43, maggio 2020

[*] Queste riflessioni (marzo/aprile 2020) sono maturate nel corso di: 1) teleconferenza Psicologi dell’emergenza Regione Marche (in collaborazione con la Dott.ssa Nicoletta Cella e il Dott. Massimo Mari direttore Gores). 2) teleconferenze Université Populaire “E. De Martino-D.Carpitella”, Paris (in collaborazione con la presidente Dott.ssa. Morena Campani); 3) Co-visione gruppi di operatori Centri di accoglienza, Roma.

 

Note

[1] Tra fenomenologia e psicopatologia, Seminario con Bruno Callieri ed Eugenio Borgna (ASSEPsi 2004)

[2] Dentro e fuori: la natura dello stress in George Devereux, Etnopsicoanalisi complementarista, Franco Angeli Milano, 2014

[3] Pour une crisologie di Edgar Morin dans Communications 2012/2 (n° 91), pages 135 à 152. Cfr. anche il più recente testo di J. Diamond, Crisi (Einaudi, Torino, 2019) in cui l’autore americano descrive come le nazioni, siano riuscite a riprendersi dalle crisi utilizzando processi di trasformazione

[4] Morin E., Fratelli del mondo in “La lettura” 5 aprile 2020 in cui dice non con qualche amarezza che «stiamo diventando clienti non familiari di una stessa umanità».

[5] Jung parla dell’archetipo del guaritore ferito, di colui che tiene in sé due poli opposti: il guaritore e il ferito. Cfr. Jung C. G., Gli archetipi dell’inconscio collettivo (1934-1954), Bollati Boringhieri, Torino, 2008. Anche dalla filosofia buddista ci viene una suggestione su queste tematiche, come ci riferisce Frank Ostaseski (Saper accompagnare, Mondadori, Milano, 2019 nuov.ediz.): «Non abbiate paura delle vostre ferite, dei vostri limiti, della vostra impotenza. Perché è con quel bagaglio che siete al servizio dei malati e non con le vostre presunte forze, con il vostro presunto sapere».

[6] A questo proposito rimangono fondamentali (e mai superati) i contributi di Scott D.R., Ashworth P. L., Operation of 24 crisis intervention service in theory and practice, Paper given at Annual Meeting of Mind, 1976 e di Aguilera D.C., Messick J.M., Intervention en situation de crise The Mosby Company, Saint Louis Toronto 1976.

[7] Un dialogo surreale fra due ombre, quella di un marchese e quella di un netturbino. Il nobile si sente oltraggiato per avere vicino la sua tomba uno di rango inferiore, il netturbino. Quest’ultimo, sfoderando la sua naturale saggezza, ammonisce il borioso nobile del fatto che, indipendentemente da ciò che si era in vita, col sopraggiungere della morte si diventa tutti uguali, grazie all’azione della morte-livella (la livella come è noto è uno strumento usato in edilizia per stabilire l’orizzontalità di un piano).

[8] Come ben riferito da Elena Marisol Brandolini nel suo Morire di non lavoro, la crisi nella percezione soggettiva (Edizioni Ediesse, Roma 2013): «Volevo scrivere un libro sugli ultimi, su quelli che sono diventati gli ultimi con questa crisi e non ce la fanno più; oppure vanno avanti, inventandosi strategie di sopravvivenza. Volevo osservare, raccontare, non dare risposte, parlare di condizioni concrete, di donne e uomini concreti, provare a individuare alcune suggestioni. L’indagine sulla percezione soggettiva della crisi, proposta attraverso la tecnica del focus group». Questo testo contiene una disamina cruda delle conseguenze di perdita di lavoro da cui emergono umiliazione e rabbia, disperazione ed isolamento, fino al suicidio, come risposta estrema!

[9] “Pregava” anche in una trasmissione Tv una nota conduttrice in compagnia di un noto politico che si è servito anche durante la sua campagna elettorale dell’utilizzo di simboli religiosi (crocifissi, rosari, etc.). Papa Francesco non lo hai mai ricevuto.

[10] Di questi temi – anche se con un taglio diverso – si è occupato l’antropologo Marc Augé nel suo testo Rovine e macerie (Bollati Boringhieri, 2004) in cui descrive il senso del tempo e la coscienza della storia nell’ambito delle distruzioni e perdite non solo materiali.

[11] Mollica Richard F., Le ferite invisibili, Il Saggiatore, Milano, 2007

[12] De Martino, E. (1948), Il mondo magico. Prolegomeni a una storia del magismo, nuova edizione 2007, Torino: Bollati Boringhieri. Secondo l’autore la presenza (“l’esserci” di Heidegger) entra in crisi nel momento in cui avvengono degli eventi traumatici imprevisti che egli chiama l’intrusione del negativo.

[13] La società del rischio è un saggio di Ulrich Beck del 1986, pubblicato in Italia per la prima volta da Carocci nel 2000.

[14] Escher a cura di Bussagli N. e Giudiceandrea F., ed. Skira, 2015. Su questo straordinario personaggio è stato realizzato il film di Michele Emmer, regista e matematico che è stato uno dei maggiori divulgatori del maestro olnadese in Italia.

[15] Viaggio intorno alla mia camera di Xavier de Maistre, Mondadori, Milano,1997. L’autore scrisse nel Settecento questo libretto la cui lettura è stata ripresa molto in questi giorni: fu infatti scritto in periodo di quarantena (L’autore era agli arresti domiciliari). Fra le tante citazioni di un uomo che non si arrese mai a “imprigionare” anche la sua fantasia ricordiamo questa: «Nessun ostacolo potrà fermarci; e, abbandonandoci gaiamente alla nostra immaginazione, la seguiremo ovunque le piacerà condurci».

[16] Debbo questa libera suggestione all’amico e collega Alessandro Fischetti che parla del pensiero-barca a proposito del pensiero che caratterizza il progettista navale a differenza di quello edile che nel suo progetto si dovrà misurare con un elemento continuamente mutante (da A. Fischetti in Formazione e costruttivismo in La bottega dell’anima Problemi della formazione e della condizione professionale degli psicoterapeuti (a cura di S. Benvenuto, O. Nicolaus, FrancoAngeli, Milano, 1990: 101).

[17] Come è noto Bergson tenne ben presente il pensiero di S. Agostino sul tempo, più precisamente, la soluzione di S. Agostino “psicologica” e filosofica del tempo proposta nell’undicesimo libro delle Confessiones. Come è noto il padre della Chiesa tratta parallelamente il tempo come oggetto creato da Dio e contrapposto all’eterno (tempus factum), e come dimensione soggettiva che si costituisce invece come prodotto di un’esperienza individuale, anticipando in un certo modo quella di Henri Bergson. Quest’ultimo, infatti, sosteneva che per il tempo, realtà dinamica, non si può utilizzare una definizione “statica”, ma una altrettanto “dinamica”. Per sostenere ciò utilizzava alcuni esempi: «come non concepiremo mai un fiume, sempre diverso per le sue acque, se non ci fosse il letto su cui scorrono, così lo scorrere del tempo è accompagnato dalla nostra coscienza che fa sì che noi abbiamo l’apprensione del tempo come memria del passato, attenzione al presente, attesa del futuro». Famoso è anche l’altro esempio, quello “della zolletta di zuccchero”. «Essa scioglie in un bicchiere d’acqua: la fisica calcolerà il tempo che lo zucchero impiegherà a sciogliersi secondo un procedimento analitico che va dall’istante iniziale a quello finale della solvatazione e questo tempo così calcolato sarà definito simbolicamente uguale per tutte le volte che si misurerà nelle stesse condizioni: mentre molto diverso sarà il tempo vissuto della mia coscienza che non terrà conto del tempo spazializzato e oggettivato della fisica ma piuttosto dalle mie condizioni psicologiche di insofferenza o calma: questo sarà il vero tempo per me» (H. Bergson, Materia e Memoria in Opere (1889-1896): 260 e sgg. Laterza, Bari-Roma 1996).

[18] A proposito di come ci sia bisogno di adattamenti di alcune categorie (spazio, tempo, dolore, cura etc.) per affrontare nuove realtà sociali e culturali: Per una semiotica transculturale nella cultura dell’incontro in Ancora A. Verso una cultura dell’incontro, FrancoAngeli, Milano 2017: 74-102.

[19] Ancora A. La contaminazione in psicoterapia in Il contagio e i suoi simboli di G. Manetti (a cura), Edizioni ETS, Pisa, 2003.

[20] Il termine “compassione” – parola scritta per intero – nella nostra lingua e cultura comunemente viene utilizzato per indicare soprattutto la pietà o la misericordia, sentimenti legati solo alla sofferenza. Ho scritto il termine com-passione per marcare meglio il senso di partecipazione con che nella concezione buddista ha un senso di vivere insieme con gli altri sia la gioia che la sofferenza.

[21] W. Bion, Esperienze nei gruppi, Armando Roma, 1971: 141.

[22] Y. Pelicier , La gestion de la crisi est aussi une psychoterapie in Quale psicoterapia (a cura di L.Persson) Edizioni Cisspat, Padova 1990

[23] Callieri B. Postfazione a La consulenza transculturale della famiglia, di Ancora A., FrancoAngeli, Milano 2000: 188.

[24] “I servizi di fronte al nuovo” in Ancora A. I costruttori di trappole del vento FrancoAngeli, Milano 2006: 130-131.

[25] Callieri B., Corpo, esistenze, mondi, Eur, Roma 2007

[26] E. de Martino, La fine del mondo. Contributo all’analisi delle apocalissi culturali, a cura di Clara Gallini, Einaudi, Torino 1977

[27] Sulla mancanza di rituali anche in altre religioni (come nella musulmana) cfr. l’originale e drammatico articolo di Abdessamed ‘Albakii’, maestro delle partenze (raccolto da Ottavia Salvador). Egli, che in Italia sia occupava delle cerimonie funebri dei credenti musulmani, riferisce quanto è ulteriormente triste morire in tempi di corona-virus: «la questione più grave è che siamo costretti a trasgredire il rito con il quale accompagniamo il morto alla sepoltura» (vedi https://medium.com/@ottavia.s/abdessamed-albakii-maestro-delle-partenze). Cfr. anche El Khayat G. Préface à Pour une thérapie transculturelle de Ancora A. l’Harmattan, Paris, 2019. Purtroppo, si è ripetuto anche ai giorni nostri (20 aprile 2020) a New York, dove per l’ingente numero di decessi verificatisi, non c’è stata altra scelta che seppellire i senza nome (e i senza soldi) nelle fosse comuni di Hart Island.

[28] Ancora A., La morte degli altri, in Attraversando (cura di S. Putti), Eur, Roma, 2014

[29] Prendo in prestito questo termine da Gregory Bateson, epistemologo e filosofo della natura come egli si definiva, per indicare il divenire di ogni fenomeno culturale. Cfr. G.Bateson, Mente e natura una necessaria unità, 1976, cit. Inoltre é utile leggere la crisi attuale anche nei suoi aspetti ecologici attraverso il testo di S. Manghi, La conoscenza ecologica. Attualità di G. Bateson, Raffaello Cortina, Milano, 2004.

[30] Riportato dal Corriere della Sera (inserto del Corriere della salute, 16 maggio 1999). Questo fenomeno non gode di una bibliografia adeguata (forse perché finora “sommerso”) a differenza del disturbo postraumatico da stress.

[31] A. Gounongbé, Secourir sans succomber à la détresse d’autrui, dans Santé mentale n. 200, septembre 2015

[32] Cfr. M. Angelica Maoddi, Stranieri nella propria città Dalle illusioni dei terremotati alle sofferenze degli sfollati, relazione presentata al Convegno A.I.E.P.P l’Aquila 23/04/2009.

Riferimenti bibliografici

Ancora A. (2010), “Psychosis and the mind of a therapist: From the Phenomenon to its Complexity”, in Chaos and Complexity Letters (CCL), vol. 4 issue 4 (special), Nova Science, New York.

Ancora A. (2011), “Postfazione” a M.R. Moro, I nostri bambini domani. Per una società multiculturale, FrancoAngeli, Milano.

Ancora A. (2017), Verso una cultura dell’incontro, FrancoAngeli, Milano

Bateson G., Ruesch J. (1976), La matrice sociale della psichiatria, il Mulino, Bologna.

Boscolo L., Bertrando P. (1996), Terapia sistemica individuale, Raffaello Cortina, Milano.

Callieri B., Maldonato M., Di Petta G. (1991), Lineamenti di psicopatologia fenomenologica, Guida, Napoli.

Cecchin G., Lane W., Ray A. (1993), Irriverenza. Una strategia di sopravvivenza per i terapeuti, FrancoAngeli, Milano.

Demangeat M. (2010), “Préface” à La consultation transculturelle de la famille:les frontières de la cure de A. Ancora, Editions l’Harmattan, Paris.

De Martino E. (1976), La terra del rimorso, Il Saggiatore, Milano.

Devereux G. (2014), Saggi di etnopsicoanalisi complementarista (nuova edizione) FrancoAngeli, Milano.

Gadamer H.G. (1995), Dove si nasconde la salute, Raffaello Cortina, Milano.

El Khayat G. (2019), Préface à Pour une thérapie transculturelle de Ancora A., l’Harmattan, Paris.

Leff J., Vaughn C. (1985), Expressed Emotion in Families: It’s Significance for Mental Illne, Guildford Press, New York.

Leff J. (2010), Introduction to Family Transcultural Consultation: the Borders of Care of A. Ancora, Nova Science, New York.

Lingardi V. (2004), La personalità e i suoi disturbi, Il Saggiatore, Milano.

Manetti G. (a cura di ) (2003), Il contagio e i suoi simboli, Edizioni ETS, Pisa.

Maturana H., Varela F. (1985), Autopoiesi e cognizione. La realizzazione del vivente, Marsilio, Venezia

Revue Santè Mental n.4 (2020), Dossier le traumatisme psychique.

Selvini Palazzoli M. (1989), Sul fronte dell’organizzazione. Strategie e tattiche, Feltrinelli, Milano.

 

 

Alfredo Ancora, psichiatra e psicoterapeuta, ha insegnato Psichiatria Transculturale presso le Università di Trieste e Siena. Ha coordinato L’Unità Transculturale del Dipartimento di Salute Mentale di Roma B (III A.T). È membro dell’International Society for Academic Research on Shamanism (ISARS) è attualmente directeur scientifique de l’Université Populaire “Ernesto De Martino-Diego Carpitella” Paris. ll suo ultimo testo Verso una cultura dell’incontro studi di terapia transculturale FrancoAngeli è stato pubblicato in Francia da l’Harmattan, in Spagna da Aracne e prossimamente in Russia dall’Accademia delle Scienze di Mosca.

 
EUROBOND: perché sono l’unica soluzione praticabile PDF Print E-mail
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Written by MC Editrice   
Tuesday, 05 May 2020 17:03

EUROBOND: perché sono l’unica soluzione praticabile

Dati, numeri e problemi in gioco

di Marco Manunta*

 

La pandemia e le sue conseguenze economiche

L’impatto della pandemia sulle economie dei paesi colpiti, in pratica del mondo intero, sarà superiore a quello della crisi finanziaria del 2008.

Anche i paesi che fino al febbraio scorso vantavano indici economici positivi sono già in recessione: basti pensare agli Stati Uniti, la maggiore economia mondiale.

Nessun dubbio che il sostegno alle economie dovrà essere fornito dagli stati, ma i capitali da mettere in campo sono enormi.

Il problema comune è, dunque, il reperimento delle risorse necessarie per assicurare le prestazioni sanitarie, la produzione di beni e servizi e per contenere il disagio sociale e, in particolare, la disoccupazione causata dalla pandemia.

L’eccezionalità della situazione conduce unanimemente a ricorrere al finanziamento dell’economia in deficit.

Il “deficit”, ovviamente, non è un bancomat, ma solo un’indicazione di bilancio: significa spendere fondi di cui non si dispone. In sostanza, si tratta di ottenere capitali a credito.

Ogni stato può raccogliere le risorse necessarie emettendo titoli del debito pubblico: btp in Italia , “bund” in Germania e in Austria, “bonos” in Spagna e, in genere, “bond” nel linguaggio internazionale.

I capitali raccolti sul mercato devono essere retribuiti: ai sottoscrittori, chiunque essi siano, vanno riconosciuti e pagati periodicamente gli interessi al tasso promesso all’atto dell’emissione dei titoli.

Il tasso di interesse varia in ragione dell’affidabilità del debitore (lo stato emittente) ed è tanto maggiore quanto maggiore si prospetta il rischio di insolvenza.

Come è noto, nei paesi dell’Unione Europea i tassi di interesse vengono determinati dal famoso “spread”, cioè dal divario fra i tassi sui titoli decennali del paese più forte (la Germania) e quelli degli analoghi titoli di altri paesi; divario misurato in centesimi di punto percentuale (1% = 100 punti base).

Conosciamo giornalmente le oscillazioni dello spread: nel caso di rialzo l’Italia sarà tenuta a garantire tassi di interesse più elevati sui propri titoli e, quindi, oltre a restituire alla scadenza del decennio il capitale nominale portato dai Btp dovrà pagare alle singole scadenze annuali l’interesse promesso. Inutile dire che su cifre importanti anche solo lo 0,5% in più (pari a 50 punti base di spread) comporta un notevole aggravio di spesa per i conti pubblici nazionali.

Così, su 50 miliardi di euro, pari all’attuale (maggio 2020) importo che il governo si appresta a stanziare per una parte degli interventi a sostegno delle imprese, in caso di emissione di Btp il costo per interessi dello 0,5% ammonterebbe a 250 milioni all’anno. Alla scadenza decennale, quindi, il debito comporterebbe un maggior costo (sempre riferibile allo 0,5%) pari a 2,5 miliardi.

Dal momento che la pandemia ha messo in difficoltà tutto il mondo, in ambito europeo otto paesi, fra cui l’Italia, hanno chiesto l’emissione di titoli garantiti dall’UE nel suo complesso con il dichiarato intento, non solo di ridurre il costo degli interessi, ma anche di mettere al riparo i singoli stati nazionali da tensioni speculative della finanza internazionale.

La necessità e l’opportunità degli eurobond

L’UE non dispone di grandi risorse finanziarie: anche se l’economia complessiva dei paesi membri è la maggiore del mondo, il bilancio dell’Unione rappresenta non più dell’1,04% del reddito nazionale lordo della totalità dei paesi membri stessi.

In base agli articoli 311 e 312 TFUE (Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea) il Consiglio Europeo (composto dai capi di stato e di governo), deliberando all'unanimità, può adottare decisioni che stabiliscono le disposizioni applicabili al sistema delle risorse proprie dell'UE e al quadro finanziario pluriennale. Per determinare il quadro finanziario pluriennale (nel quale rientrerebbe l’emissione di titoli comunitari), però, è necessaria anche l'approvazione del Parlamento, che delibera a maggioranza dei suoi membri.

Quanto alle due Istituzioni comunitarie chiamate a deliberare aiuti straordinari conseguenti alla pandemia è necessario ricordare che il 18 novembre 2019 il Parlamento e il Consiglio Europeo hanno approvato il bilancio 2020; bilancio che prevede un pacchetto di 168,7 miliardi di euro in stanziamenti d'impegno e 153,6 miliardi di euro in stanziamenti di pagamento.

Se si escludono gli importi relativi ai pagamenti (evidentemente relativi a impegni assunti in precedenza), il capitale complessivo di cui il Consiglio Europeo e il Parlamento possono disporre per stanziamenti vari si riduce a meno di 169 miliardi di euro per il 2020. Cifra esigua e che, oltretutto, ha già ricevuto una destinazione diversa. Essendo, comunque, questa la disponibilità di bilancio (limitata in pratica all’1% del PIL complessivo, come si è visto sopra) è evidente che per i costi e i danni della pandemia, oltre che per gli investimenti necessari alla ricostruzione e al salvataggio dell’economia dell’intera UE, le risorse dovranno essere reperite in altro modo.  

In un frangente tanto drammatico, un intervento importante a sostegno dei paesi membri comporterebbe il necessario ricorso al credito: tutti gli stati nazionali sono in difficoltà e certo sarebbe assurdo raccogliere capitali comunitari chiedendo una contribuzione straordinaria agli stessi paesi che necessitano di supporto.

L’idea degli eurobond appare, dunque, l’unica soluzione.

Infatti, come i singoli stati nazionali si procurano risorse finanziarie emettendo titoli del debito pubblico (come i Btp decennali in Italia), così l’UE dovrebbe e potrebbe emettere obbligazioni a termine garantite dal complesso dei 27 paesi membri o, quanto meno, dei 19 stati dell’eurozona.

Nel corso delle trattative l’Italia, tramite il proprio Presidente del Consiglio, ha sempre assicurato che si sarebbe fatta carico della quota di eurobond di cui fosse beneficiaria: cioè, ha dichiarato di assumersi l’onere di pagare gli interessi e di rimborsare alla scadenza il valore nominale degli eurobond ai risparmiatori/investitori che li avranno sottoscritti.

Qual’è, dunque, la differenza per ogni paese membro tra l’emissione di titoli di stato nazionali ed eurobond?

Tutto sta nel tasso di interesse da corrispondere agli investitori.

E’ evidente che paesi in maggiore difficoltà, come l’Italia, potrebbero ottenere capitali emettendo titoli propri a un tasso di interesse elevato, mentre con gli eurobond, che avrebbero la garanzia collettiva dell’Unione, il tasso potrebbe essere estremamente contenuto o addirittura nullo.

Inoltre, proprio per la garanzia fornita dall’UE nel suo complesso, i titoli comunitari sarebbero di facile collocamento sul mercato.

Nonostante le molte buone ragioni a sostegno dell’emissione di tali titoli, sono emerse opposizioni sia in sede europea, sia in sede nazionale (limitatamente all’Italia).

L’opposizione in ambito europeo

In Europa i principali paesi che si oppongono agli eurobond sono l’Olanda, la Germania, l’Austria e la Finlandia.

Molti ritengono che l’atteggiamento degli stati del nord si fondi sul rifiuto di farsi carico dei debiti di paesi già in precedente condizione di forte indebitamento, come l’Italia. Ma, come si è visto, l’Italia ha sempre dichiarato di impegnarsi singolarmente al rimborso dei titoli “utilizzati”.  

Come ha scritto Il Post del 9 aprile scorso la ragione dell’opposizione dei paesi del nord non è tanto il timore di dover condividere i debiti dei paesi del sud, quanto la preoccupazione di perdere l’enorme vantaggio che deriva loro dall’esistenza dello spread.

Infatti, gli stati considerati economicamente solidi e particolarmente affidabili come la Germania si finanziano emettendo titoli con tasso negativo (-0,3%); cioè, paradossalmente, pur essendo debitori nei confronti di chi sottoscrive i bund, percepiscono un compenso, che gli investitori sono disposti a pagare per conservare il capitale investito nei titoli in questione. Questo anche perché gli stessi investitori possono ottenere ampi margini di rendimento dai titoli di altri paesi, sulla carta “meno affidabili”, in forza del differenziale (spread) fra i bund e i btp italiani o i “bonos” spagnoli.

E’ evidente che l’emissione di titoli comuni garantiti dall’intera UE e, quindi, a tassi ridotti, ma pur sempre positivi, a parità di rischio, svierebbe gli investitori dalla sottoscrizione di titoli nazionali “forti” a tasso negativo. I paesi del nord perderebbero il privilegio, peraltro del tutto anomalo, di finanziarsi sul mercato a costo zero e, anzi, ricevendone addirittura un compenso.

I paesi oppositori hanno comunque buon gioco: la regola dell’unanimità del Consiglio Europeo in materia attribuisce valore decisivo (negativo) al voto contrario anche di un solo stato.

L’unanimità in sede europea per tutte le decisione più rilevanti muove dalla considerazione dell’UE non come effettiva “unione” di stati, ma come la somma di tanti stati nazionali, tutti gelosi della propria sovranità nazionale e arroccati nella difesa dei propri ambiti di competenza. Se, dunque, si intende effettivamente arrivare alla realizzazione di uno stato federale (come gli Stati Uniti) il modello frammentato attualmente esistente deve essere superato, con la progressiva cessione di quote di sovranità da parte dei singoli stati membri e con il conseguente superamento, in molti casi, della regola dell’unanimità, che spesso conduce alla paralisi dell’Unione in molti campi.

A parte questa considerazione di ordine generale, tornando all’opposizione agli eurobond ciò che maggiormente sorprende è l’atteggiamento rigoristico e inflessibilmente negativo tenuto dall’Olanda, che ha assunto la leadership degli stati membri contrari.

Si tratta di un paese che ha ben poco da insegnare in termini di rigore e di solidarietà: garantendo trattamenti societari e tributari di favore ha attirato ed attira le più importanti società multinazionali, che hanno trasferito o trasferiscono la loro sede nei Paesi Bassi. In questo modo l’Olanda, nota come “paradiso delle holding”, fruisce di una rendita di posizione (anche questa a costo zero) a detrimento di tutti gli altri stati membri in cui tali multinazionali operano. Così, basti pensare che l’ultima ad annunciare il trasferimento in Olanda è stata Mediaset, dopo che Fiat (Fca) ed Exor avevano già provveduto in senso analogo, per non parlare di Ikea, Google, Ebay, Uber, Unilever, solo per citare qualche esempio.[1]

L’opposizione interna

In ambito italiano ancor meno comprensibile è l’opposizione, non solo di partiti dell’opposizione, ma anche di gruppi della maggioranza.

La contrarietà all’utilizzo del MES (meccanismo europeo salva-stati) nei termini in cui tale meccanismo è attualmente regolato, sarebbe condivisibile per i pesanti condizionamenti che comporta (ristrutturazione del debito, pesanti tagli alle spese sanitarie e sociali, importanti privatizzazioni; il tutto sotto il controllo della cosiddetta “troika”). Ma l’adattamento del MES alle particolari circostanze, cioè, proprio con l’esclusione delle condizioni altrimenti applicabili, fa risultare puramente ideologico il rifiuto.

Anche se l’importo che verrebbe erogato all’Italia (in proporzione del PIL) sarebbe di “soli” 36 miliardi di euro, da destinare esclusivamente a spese per la sanità, non si vede perché l’Italia non dovrebbe giovarsi di un finanziamento vantaggioso e sostenere le stesse spese sanitarie (di cui c’è estrema e urgente necessità) ricorrendo all’emissione di Btp con tassi di interesse ben più elevati.

Ancora più stupefacente è il rifiuto, da parte di partiti dell’opposizione, degli eurobond (ammesso che questi venissero emessi dall’UE); rifiuto accompagnato dall’affermazione “patriottica” del “facciamo da soli”.

Anche qui non si capisce perché, a fronte di titoli comuni con tassi di interesse molto inferiori a quelli dei titoli di stato nazionali, l’Italia dovrebbe incrementare il proprio indebitamento emettendo propri btp a tassi nettamente svantaggiosi.

Peraltro, anche in questo caso i motivi dell’opposizione sono ampiamente diversi da quelli enunciati: l’obiettivo non sono i titoli del debito pubblico nazionale o europeo, ma la caduta dell’attuale governo: gli eurobond non sono altro che il pretesto occasionale della permanente campagna elettorale condotta nel nostro paese.

Ma le dichiarazioni politiche sull’argomento, tradotte anche in un voto contrario espresso in sede di Parlamento europeo, mette a rischio il paese: non solo l’Italia partecipa alle trattative con gli altri stati membri in una condizione indebolita proprio per la mancanza di unità al suo interno, ma rischia di finire in un’ennesima crisi di governo proprio in uno dei momenti più drammatici della sua storia.

 

Il debito italiano

Se è indubbio che l’eccezionalità della situazione impone un impegno finanziario straordinario e il ricorso all’indebitamento, diretto (mediante emissione di titoli di stato nazionali) o indiretto (mediante finanziamento di titoli comunitari ovvero di altro tipo di sovvenzione da parte dell’UE),, è altrettanto indubbio che il debito italiano, già il più elevato d’Europa, risulterà ulteriormente incrementato.

Con le misure messe in atto in questi giorni e con quelle preventivate per i prossimi mesi l’indebitamento supererà il 155% del PIL. Ma ciò che più di ogni considerazione sui numeri complessivi rende più facilmente percepibile la realtà in cui viviamo e vivremo è l’ammontare del debito che grava su ciascuno di noi: il debito pubblico in capo ad ogni italiano ammonterà a 43.000 euro, compresi i neonati.

Superata l’emergenza nessun governo potrà ignorare il problema del graduale rientro da un’esposizione debitoria tanto elevata.

Non si tratta, infatti, di rigore di bilancio fine a se stesso, ma del futuro dei nostri figli e nipoti: quali investimenti saranno possibili per l’istruzione, la ricerca, la previdenza e l’assistenza se non si inverte la tendenza all’incremento del deficit? Non si potrà ottenere la disponibilità di nuove risorse ricorrendo all’emissione di titoli di stato all’infinito, anche solo per pagare gli interessi sui titoli già emessi o da rinnovare.

Non si tratta solo di assumere politiche tributarie e di bilancio più oculate, ma anche di ricorrere a strumenti di finanziamento, come sopra abbiamo visto, che possono limitare i costi per interessi e contenere l’ulteriore indebitamento.

Evidentemente il problema non è solo dei politici, ma anzitutto nostro, di noi tutti cittadini.

 

*Magistrato in pensione, autore di ricerche e studi nell’ambito del diritto europeo.

Fra i libri pubblicati, vedi, fra l’altro quelli in tema di diritto all’acqua, editi da MC Editrice per la collana Hydor.

 

 

 

 

 
Le origini del civico acquedotto di Milano PDF Print E-mail
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Written by MC Editrice   
Thursday, 23 April 2020 20:46

Le origini del civico acquedotto di Milano

 

Marco Manunta, magistrato in pensione, autore di studi e pubblicazioni, in tema di beni comuni e diritto all’acqua, cita il lavoro di Gian Luca Lapini sulla storia dell’acquedotto di Milano per far comprendere l’importanza, o meglio, la necessità di una gestione pubblica dell’acqua, al riparo da meccanismi di profitto.

 

(….) Per esempio le epidemie di colera che scoppiarono a Londra nel 1849 e 1853-54, che causarono la morte di più di 20.000 persone.

Ancora tra il 1870 ed il 1890 scoppiarono in Europa oltre 600 epidemie più o meno gravi, il 70% delle quali causate dall'acqua. Si tenga anche presente che nel secolo XIX le prime fondamentali scoperte microbiologiche diedero una ragione oggettiva al noto principio che legava la salute pubblica alla purezza dell'acqua e allo smaltimento dei liquami fognari.

Può così sembrare strano che la costruzione del primo acquedotto pubblico di Milano sia avvenuta a partire dal 1888, piuttosto tardi cioè rispetto ad altre grandi città europee. Ciò trova qualche spiegazione nel fatto che, proprio per non essere stata costruita sulle rive di nessun grande fiume, Milano aveva sentito l'esigenza di far convergere verso di sé un'imponente rete di canali e navigli. Questi canali derivati da fiumi un tempo puliti, come l'Adda e il Ticino, costituivano una importante fonte di rifornimento d'acqua, sia per le industrie, sia per le operazioni domestiche a più intenso consumo come il lavaggio della biancheria. (….)

Per l'acqua potabile, ed in genere per gli usi domestici, il rifornimento avveniva tradizionalmente da una miriade di pozzi privati, che attingevano dalla ricca e facilmente accessibile falda freatica.

 

Si trattava in genere di pozzi scavati, con rivestimento in mattoni, profondi non più di 6-7 metri; molto rari erano i pozzi trivellati, che raggiungevano i 12-13 metri dando ovviamente acque migliori.

l'aumento degli abitanti (circa 321.000 al censimento del 1881), l'aumento delle esigenze igieniche. (….)

Così alla fine di questa lunga diatriba prevalsero le modeste, ma concrete e realistiche opinioni dell'Ufficio Tecnico Comunale, in particolare del giovane ingegnere Felice Poggi, che proponeva di attingere alla falda freatica, la tradizionale fonte usata da secoli dai milanesi, costruendo però pozzi profondi, in modo da avere garanzie di purezza e salubrità dell'acqua.

 

In effetti, durante la costruzione dei primi due pozzi sperimentali, intrapresa nella seconda metà del 1888 nella zona dell'Arena, si constatò che a profondità di 20-30 metri degli strati compatti di argilla proteggevano la falda dalle infiltrazioni superficiali, così che alla profondità raggiunta dallo scavo (il primo pozzo fu spinto fino a 145 metri, il secondo fino a 81m), l'acqua era ottima ed abbondante. In questi pozzi l’acqua risaliva per pressione naturale fino a 3-4 metri dal livello del suolo, ed era così possibile aspirarla facilmente con delle pompe sistemate qualche metro più in basso del livello stradale, ed azionate con cinghie.

All'inizio del 1889 fu di conseguenza decisa la costruzione del primo impianto di pompaggio, che fu denominato "Arena" ed entrò in servizio prima della fine dell'anno stesso

Esso era alimentato dai primi due pozzi sperimentali e da altri quattro scavati nel frattempo. Il macchinario consisteva in due motrici a vapore, alimentate da tre caldaie “tipo Cornovaglia”, che azionavano, mediante grandi cinghie, due pompe alternative della portata complessiva di 140 litri\secondo.

L'utilizzatore di quest'acqua fu il nuovo quartiere residenziale che stava sorgendo fra piazza Castello, foro Bonaparte e via Dante, mentre parte dell'acqua non ancora consumata andò a diluire le acque della rete fognaria dello stesso quartiere. Per regolarizzare la pressione di erogazione dell’acqua, furono costruiti due grandi serbatoi di accumulo in quota che furono “nascosti” all'interno dei torrioni del Castello Sforzesco

 

La rete dell’acqua potabile divenne una sorta di fiore all’occhiello fra le varie attività volte a migliorare le condizioni di vita dei cittadini, che la municipalità intraprese negli anni di fine secolo, in quanto a differenza di altri servizi tecnici a rete, quali, l’elettricità, il gas e successivamente il telefono, fu organizzata fin dall’inizio come impresa pubblica in virtù di un carattere di necessità che, sostenevano i suoi promotori, non poteva “convenientemente affidarsi a chi ne voglia fare motivo di lucro”.

 

Su questa linea sono i cittadini italiani che con i due referendum del 2011 hanno cancellato sia l’obbligo normativo di privatizzazione del servizio, sia il diritto del gestore al margine di utile del 7 per cento previsto per legge.

 

 

 

 
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