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Libri del mese

 

Sentieri himalayani

Sette racconti di viaggio ed altrettanti itinerari in una delle regioni più suggestive e sacre del pianeta, con una guida d’eccezione come Jacques Vigne. Medico psichiatra, ricercatore, maestro di meditazione, per la prima volta, e per il pubblico italiano, raccoglie in un libro le sue esperienze di viaggiatore e di guida sui sentieri himalayani.

 

Una gioia di nonsense

Perché abbiamo bisogno del comico e dell’assurdo? Da dove viene l’interesse per una forma poetica così poco convenzionale come il nonsense? Andare oltre il pensiero razionale, accogliere il senso nudo dell’esistenza ha un effetto liberatorio, salvifico, persino gioioso.

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MC Editrice - Articles
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Ecoturismo o Egoturismo? La mente del viaggiatore PDF Print E-mail
Progetti
Written by MC Editrice   
Thursday, 10 December 2020 12:00

Ecoturismo o Egoturismo? La mente del viaggiatore

 

 

di Michela Bianchi

 

Quante domande abbiamo cominciato a porci circa vent’anni fa, decidendo di dedicare un’intera collana al tema del viaggio!

E’ possibile viaggiare per il mondo senza venir schiacciati dalle nostra stesse impronte?: ci domandavamo all’inizio del primo libro, L’arte del Viaggio. Ragioni e poesia di un turismo sostenibile (1998), mettendo in evidenza il contrasto, drammatico, che rassegna il turista occidentale a essere vittima o colpevole di inquinamento e sfruttamento.

Già allora la contrapposizione fra turismo fautore di progresso e turismo fattore di degrado socio-ambientale appariva insuperabile e sempre più urgente la necessità di indagare i meccanismi e individuare le possibilità di cambiamento.

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Ecoturismo o Egoturismo? La mente del viaggiatore PDF Print E-mail
Progetti
Written by MC Editrice   
Thursday, 10 December 2020 11:04
Ecoturismo o Egoturismo? La mente del viaggiatore

Di Michela Bianchi

 

Quante domande abbiamo cominciato a porci circa vent’anni fa, decidendo di dedicare un’intera collana al tema del viaggio!

E’ possibile viaggiare per il mondo senza venir schiacciati dalle nostra stesse impronte?: ci domandavamo all’inizio del primo libro, L’arte del Viaggio. Ragioni e poesia di un turismo sostenibile (1998), mettendo in evidenza il contrasto, drammatico, che rassegna il turista occidentale a essere vittima o colpevole di inquinamento e sfruttamento.

Già allora la contrapposizione fra turismo fautore di progresso e turismo fattore di degrado socio-ambientale appariva insuperabile e sempre più urgente la necessità di indagare i meccanismi e individuare le possibilità di cambiamento.

 

Il viaggio non è forse divenuto un gigantesco supermercato dei nostri svaghi errabondi, delle nostre ansie di consumo? Era la domanda posta dall’antropologo Franck Michel nel suo denso e appassionato libro Altrove, il settimo senso (MC Editrice, 2001).

L’autolesionismo del turista che logora se stesso e l’ambiente e si espone alla banalità di viaggi “per finta” era già ben evidente, così come quello dell’industria turistica chiamata a fare i conti con il progressivo esaurimento delle risorse su cui vive.

Il degrado delle zone di destinazione turistica è continuo e diffuso: i danni agli eco-sistemi sono spesso più pesanti di quelli prodotti dalle lavorazioni industriali, e, soprattutto, sono meno controllabili. L’enorme incremento dei voli aerei e delle offerte di tariffe sottocosto, soprattutto per tragitti brevi, ha rappresentato un ulteriore fattore di inquinamento e di rischio di cui si è sottovalutata la gravità. Per distanze sotto i duemila chilometri, l’aereo registra i maggiori consumi e le più alte emissioni di anidride carbonica e ossido di azoto per passeggero e per chilometro: si tratta di due dei principali gas serra distruttivi della fascia d’ozono. Il traffico aereo è responsabile del 3% delle emissioni totali di anidride carbonica prodotte dall’uomo. Sono dati conosciuti da tempo e che abbiamo riportato con un certo risalto sul libro pubblicato nel 1998.

I disastri avvenuti negli ultimi anni, a partire dal maremoto in Asia del dicembre 2004, in continua spaventosa intensificazione a causa del riscaldamento globale, hanno colpito da vicino luoghi di vacanza e persone in vacanza, con almeno due effetti rilevanti: la parziale condivisione di un medesimo destino fra turisti e diseredati della terra e l’attenzione dei media di tutto il mondo sulle tragedie e le loro conseguenze.

Sono quindi emersi a livello di opinione pubblica dubbi e domande sulle modalità e sui rischi del mercato turistico, mezzi di trasporto inclusi. Ma l’idea che paesaggio, natura e culture siano beni “liberi”, commerciabili e consumabili a proprio piacimento è ancora difficile da superare.

Ecoturismo o egoturismo? Domanda provocatoria che ci siamo posti negli anni successivi quando, di fronte al progressivo degrado ambientale, si faceva strada il cosiddetto turismo verde o ecoturismo con una buona forza di attrazione verso il pubblico sensibile ai temi dell’ecologia e presto recuperato dai tour operator globali, con offerte di “viaggi nella natura” sempre più specializzati.

Turismo e natura: ecco che spesso l’ecoturismo diventava e diventa semplicemente un’avventura e la natura una risorsa da preservare in funzione di questa avventura, da praticare ovviamente in luoghi “selvaggi”.

E allora viene da domandarsi: turismo sostenibile, per cosa e per chi? Come notava Franck Michel, quando i turisti si interessano per un momento agli esseri umani “rimasti” vicini alla natura, lo fanno per rimandarli alle origini della storia, “per rispedirli in certi casi alla preistoria”, in una ricerca del primitivo e dell’autentico a loro uso e consumo.

La moda del viaggio dilaga contemporaneamente alla crisi economica e sociale, alla disoccupazione, alla povertà e alle emergenze ambientali che costringono migliaia di persone all’erranza.  In una società fondata sul mercato, il nomadismo che si apprezza e si esalta è quello del consumatore: è questa l’unica idea del viaggio predominante, quella “del consumatore di viaggi.

Il viaggio si rivela una delle più formidabili falsificazione delle esperienze.

Si scopre il disagio di essere trasportati da un posto all’altro senza un effettivo contatto con la realtà, in un tempo libero che ha ben poco a vedere con la libertà e il piacere della scoperta.

 

Nel 1989, Tzvetan Todorov così descriveva il turista: “è un visitatore che ha premura, che preferisce i monumenti agli esseri umani […]. La rapidità del viaggio è già uno dei motivi della sua preferenza per l’inanimato rispetto all’animato […]. La mancanza d’incontri con soggetti diversi è molto più tranquillizzante, perché non rimette mai in discussione la nostra identità; è meno pericoloso vedere cammelli piuttosto che uomini […]”

 

Cosa ha a che vedere tutto questo col nostro bisogno di scoprire, di incontrare, di esplorare? Esiste ancora uno spazio per il nostro bisogno di viaggiare?

Empatia, partecipazione, accoglienza, cordialità, intuizione, sono quei valori emotivi che l'andar per il mondo può suscitare. Valori che hanno in sè la forza per sganciare il viaggio e la vacanza da quella logica mercantile e auto distruttiva che li sta soffocando. E che ancora possiamo sentire, prendendo e concedendo tempo, riducendo la velocità, la fretta e l'ansia di consumo.

“Con la decisione di non volare”, scriveva Tiziano Terzani, “mi ero ridato tempo: il tempo di fermarmi, di guardarmi attorno, di riflettere. Nessuno mi aspettava e con gran piacere rinunciai all’autobus che partiva solo per restare a chiacchierare con un vecchio cinese…”.

 

Il viaggio è quello straordinario esercizio che più ci riporta al ciclo della vita, con il suo andare e ritornare: come è stato detto, rappresenta probabilmente la strada più lunga che porta da sé a sé.

 

Non è necessario mettere in mezzo chilometri per sperimentarlo, occorre adottare, accogliere la mente del viaggiatore.

 

Sfoglia i libri di MC della collana "La Via" dedicata al tema del viaggio 

 

 
Miliardi per distruggere o aiutare la biodiversità PDF Print E-mail
Articles
Written by MC Editrice   
Thursday, 26 November 2020 16:36

Miliardi per distruggere o aiutare la biodiversità


I soldi pubblici di cui si parla sono quelli della Pac (Politica agricola comunitaria) 
una politica molto ben finanziata, che oggi pesa per un terzo dell’intero budget UE con 60 miliardi all’anno. Ebbene la PAC che rappresenta il più grande programma di sussidi diretti esistente al mondo, 390 miliardi per il periodo 2021-2027, oltre un terzo del bilancio Ue, è stata oggetto di una proposta di revisione da parte della Commissione nel 2018, in anticipo sull'approvazione del budget europeo 2021- 2027 di cui fa parte. La riforma  proposta aveva lo scopo di premiare con i sussidi una transizione verso la sostenibilità e quindi di ridurre l’inquinamento provocato da agricoltura e allevamenti intensivi. Il 20 ottobre la proposta è stata discussa in sede di Europarlamento. Cosa è successo?


Riportiamo alcuni passaggi dall’articolo di Damiano Di Simine, coordinatore del Comitato scientifico di Legambiente, pubblicato sul L’Espresso del 28 ottobre:


La Commissione Juncker, nel cui mandato è stata definita nel 2018 la proposta di regolamento per la nuova PAC, ha promosso una vasta consultazione dei cittadini, che ha visto prevalere la richiesta di una politica che premiasse la sostenibilità ambientale e la salubrità nella filiera del cibo. Si consolidava così l’orientamento già adottato dalla Commissione, verso il superamento del sistema di sussidi, con lo slogan ‘Public money for public goods’: aiuti pubblici devono essere destinati ad azioni che generino un verificabile beneficio collettivo.

La Commissione a guida Von der Leyen ha raccolto la proposta di regolamento del 2018 e l’ha riposizionata su obiettivi più ambiziosi, incasellando la PAC nel Green Deal attraverso due strategie, presentate a maggio: Biodiversità 2030, che prevede tra l’altro di destinare almeno il 10% del territorio agricolo ad aree per la conservazione delle specie selvatiche; e Farm to Fork (dal campo al piatto), che introduce target importanti di riduzione degli input di fertilizzanti sintetici (del 20%), dimezzamento dell’uso di pesticidi pericolosi e antibiotici veterinari, e crescita  del territorio agricolo a conduzione biologica fino al 25% della superficie agricola europea.

Evidentemente troppo per le lobby agroindustriali che cingono l’assedio permanente alle istituzioni europee e ai ministeri degli Stati Membri. Il risultato della loro pressione è ben leggibile nell’architettura dell’accordo trasversale con cui le maggiori famiglie politiche dell’Europarlamento (Socialisti e Democratici, Partito Popolare Europeo e liberal di Renew) hanno portato al voto un pacchetto di emendamenti che non solo ha fatto strame dei target del Green Deal, ma ha annacquato anche il regolamento del 2018, riportando le lancette della PAC indietro di un decennio:

gli ecoschemi che avrebbero dovuto essere la più forte innovazione, trasformati in una cattiva copia del vecchio greening, il rinvio dell’entrata in vigore a regime degli aiuti ambientali rinviato al 2025, l’indebolimento della ‘condizionalità ambientale’ (ovvero l’obbligo di rispettare norme e buone pratiche agronomiche) riducendo al 3% la quota di territorio da destinare ad ecosistemi naturali e consentendo la trasformazione in seminativi di preziose aree di pascolo e prateria, la riduzione della quota di spesa per interventi climatico-ambientali a valere sul fondo per lo sviluppo rurale, il mantenimento di sussidi nocivi, come i pagamenti accoppiati collegati al numero capi allevati.

Un arretramento di proporzioni inedite nella storia dell’UE, in cui è emersa fortemente la pressione degli Stati Membri, in gran parte ostili all’innalzamento dei requisiti ambientali della riforma, che ha visto l’Italia giocare da posizioni di profonda retroguardia con richieste di azzeramento del pilastro ambientale della riforma.

 
Continuare a pensare durante i giorni di crisi. La “tenuta” dell’operatore PDF Print E-mail
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Written by MC Editrice   
Friday, 22 May 2020 08:30

Continuare a pensare durante i giorni di crisi. La “tenuta” dell’operatore

Pubblicato il 1 maggio 2020 su DIALOGHI MEDITERRANEI

di Alfredo Ancora

 

20 aprile

Una “sosta” obbligata?

Quando il tempo scorre nelle sue forme obbligatorie, irrompe il pericolo di vivere senza pensare soprattutto per chi fa il nostro lavoro. Bruno Callieri [1], maestro indiscusso della psichiatria italiana, diceva: «La vita vissuta dell’uomo ha la struttura della via, cioè il suo “qui-ora” si costituisce sempre mediante un “da-dove” e un “verso-dove”». Seguendo questo suggerimento cerchiamo di descrivere “un idea” di percorso un po’ speciale, necessariamente in process, nei viottoli del pensiero di noi, “tecnici della salute mentale”, in questi giorni (marzo-aprile 2020). Un andamento necessariamente a zig-zag perché interessa anche noi come “persone comuni”, prima, durante, forse anche dopo la pandemia-pan-demonio, fonte di caos e dis-ordine nei nostri atteggiamenti mentali e nelle nostre “intoccabili” (almeno finora) condizioni di vita.

Il nostro passato lo conosciamo (formazione, vissuti personali, professionali etc.), il durante lo stiamo vivendo fra mille contraddizioni di chi sta dentro e deve stare anche fuori [2]. Il futuro non possiamo prevederlo interamente, ma forse possiamo prepararci! Andremo incontro ad un periodo di cui non possiamo immaginare il prodotto finale “psichico ed esistenziale” a meno che non ci si lasci andare a ipotesi “tranquillizzanti” del tipo tanto tutto tornerà come prima.

Dovremmo partire dal concetto di crisi, più precisamente dalla crisologia, scienza della crisi, che il novantanovenne Edgar Morin [3] considera come possibilità di cambiamento e non solo nell’accezione negativa in cui comunemente viene considerata. Infatti, nella sua ultima intervista (aprile 2020) commentando la situazione attuale intravede in questa crisi «la possibilità di riconquistare il tempo interiore “come una sfida politica, ma anche etica ed esistenziale»

 

 

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